Editoriale AudioReview 390

Grande è la confusione sotto il cielo

Avendo una certa anzianità di servizio (il primo articolo a mio nome fu pubblicato nell’estate del 1979), ricordo bene i giorni nemmeno lontanissimi in cui le riviste specializzate in musica puntavano a recensire “tutto”, vale a dire tutto ciò che di significativo veniva realizzato nell’ambito dei generi seguiti dalla rivista stessa. Mi spiego meglio, con un esempio pratico. Un mensile rock voleva trattare tutte le uscite discografiche degli artisti che ottenevano spazi più o meno rilevanti sui periodici concorrenti, più il massimo numero possibile – le migliori, qualsiasi cosa significasse – di quelle delle varie nicchie; insomma, tutti i dischi delle band e dei solisti più popolari (dai Rolling Stones agli ex Beatles, dai Black Sabbath a Bob Dylan, dagli U2 ai Cure, tanto per fare qualche nome) e tutti i dischi di gente meno nota a livello di massa ma che riscuoteva ampi consensi presso i cultori di folk, punk, metal, soul/R&B/funk, world e quant’altro.

Un’impresa assurda, destinata a fallire? No, proprio no.

Non si riusciva, ovviamente, a coprire l’intera offerta del mercato, e le recensioni non sempre arrivavano a ridosso della commercializzazione dei prodotti, ma il quadro che si presentava agli occhi del lettore era comunque ampio ed esauriente; difficile che sfuggisse il nuovo album di chiunque avesse un minimo di notorietà, e molto probabile che gli emergenti più meritevoli venissero segnalati non appena alzata un minimo la testa fuori dal circuito underground. Il discorso valeva anche per AUDIOreview, che – seppur agevolato da un numero di recensioni superiore all’attuale – faceva degnamente la sua parte; chi ci acquistava poteva avere la ragionevole sicurezza di essere informato su quanto accadeva di importante nei mondi della Classica, del Jazz e del Rock-Pop, con relative deviazioni. Nel settembre del 1999, quando ho assunto la guida della sezione musica dopo esserne stato per tredici anni collaboratore, non ho mutato approccio; ho magari prestato un po’ più di attenzione ai fenomeni ancora sommersi, ma l’approccio di base è rimasto lo stesso.

Oggi, naturalmente, la situazione è molto, molto diversa. Il calo dei costi di produzione e delle vendite ha portato a un vertiginoso aumento delle uscite, sia di incisioni recenti (i tanti che cercano il loro posto al sole e i tanti che, avendolo già, vogliono sfruttare la posizione privilegiata), sia con materiali d’archivio (per spolpare gli aficionados più agée a colpi di edizioni celebrative, box e recuperi di inediti). Il caos è totale e nessun giornale, in nessuna parte del mondo, è in grado di occuparsi di tutto quello che sarebbe “di sua competenza”; neanche un intero AUDIOreview al mese dedicato solo alle recensioni basterebbe a raggiungere l’obiettivo, ma se anche fossimo tanto pazzi da pensare di confezionarlo, il risultato disorienterebbe: quale semplice appassionato analizzerebbe mai (circa) ottomila recensioni all’anno per decidere cosa provare ad ascoltare e, nel caso, comprare?

Nessuno, crediamo. E, allora, meglio selezionare al massimo, pur consapevoli del rischio (che è, in realtà, certezza) di ignorare qualche titolo di valore. Persino a noi addetti ai lavori capita di imbatterci in artisti che riteniamo esordienti o quasi e che, invece, vantano già una discografia estesa. Funziona così e non c’è nulla da fare: la completezza è un’utopia, non ci sono più regole e spesso si fatica addirittura parecchio a inquadrare le questioni da fronteggiare a livello, come dire?, “pratico”. Probabile che molti di voi ricordino, alla fine dell’anno scorso, la fosca vicenda di “Blond” di Frank Ocean – “distribuito”, si fa per dire, con modalità cervellotiche – e attualmente non ancora risolta, nel senso che una normale stampa in CD e/o vinile reperibile nei negozi fisici e virtuali non esiste (c’è solo il download). Beh, credetemi, ogni mese mi trovo a dover perdere tempo ed energie solo per acquisire dati attendibili sulla natura di questo o quell’album.

CD “vero” o CD-R? CD distribuito ovunque, oppure disponibile solo sul sito del musicista o dell’etichetta? Download e basta o download e vinile? Si è continuamente confusi e anche appurare come stiano le cose è complicato, dato che i comunicati sono spesso imprecisi perché diffusi ancor prima di decidere la strategia commerciale o perché il concetto stesso di “disco” è divenuto vago, vaghissimo. Se credete che stia esagerando, sappiate che solo per il numero che avete adesso in mano sono sorti tre simpatici problemi. Un CD, che potrebbe però essere “home made” e dunque non propriamente “vero”, di una band italiana di area jazz/world, che si può comprare (con difficoltà: manca il “carrello” e non è indicato quanto e come pagare, e quindi bisogna spedire un’email) su un unico sito (recensione già scritta, ma “congelata” e sostituita con un’altra nell’attesa di lumi); un CD di un veterano del rock d’autore, disponibile da maggio solo in download ma annunciato in vinile e CD per settembre (avevo iniziato a scriverne la recensione, ma l’ho bloccata; se ne parlerà a tempo debito); dulcis in fundo, l’ennesimo album di una celeberrima compagine hip hop americana reso disponibile in download prima gratuitamente e poi a pagamento, ma (ancora?) non stampato in CD o vinile (lo sarà mai? Per il momento, niente recensione).

Insomma, si vive (male) in una dannata giungla, e anche se i guai del mondo sono ovviamente altri, la “grande confusione sotto il cielo” non favorisce un rapporto con la musica che, fino a non troppi anni fa, era senz’altro più sereno. State però tranquilli che, nonostante gli ostacoli disseminati sul nostro cammino, non smetteremo di impegnarci al massimo per offrirvi quello che almeno secondo noi è il miglior manuale di orientamento possibile. Buona lettura e buoni ascolti.

Federico Guglielmi

Author: Redazione

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