Editoriale AudioReview 385

Musica Ribelle

Sono passati circa due anni da quando la prima pagina della Sezione Musica ha ospitato una mail di Andrea Bin, lettore affezionatissimo già coprotagonista di un editoriale nel 2008. Succede di nuovo qui, ma la logica banalotta del “non c’è due senza tre” non c’entra nulla; la verità è che Andrea scrive cose splendide, che colpiscono a fondo, e sono quindi costretto a vincere la tentazione di tenerle soltanto per me e a condividerle con voi. L’unico problema è quello della lunghezza proprio al limite della capienza di queste due colonne (qualcosa dovrò pure aggiungere io, no?), ma finché sarà possibile superarlo con minime sforbiciatine, non vi priverò del piacere della lettura oltre che della gioia di (ri)scoprire che, in questo pazzo pazzo mondo, noi autentici appassionati non siamo poi così pochi. Pronti, allora, a commuovervi?

«Dopo diverso tempo che non mi facevo vivo, non ho resistito a impugnare mouse e tastiera (era: carta e penna) per raccontare di una mia recente e bella esperienza musicale, considerando anche quanto letto nei tuoi ultimi editoriali e nelle vostre recensioni. Tutto parte anche da una semplice domanda: perché ascoltiamo un disco? Una possibile risposta è “perché ci emoziona, e ci fa pensare”. Sappiamo bene che queste emozioni e questi pensieri possono essere anche proiettati nel tempo, e diventano allora la nostalgia per qualcosa o qualcuno, o il ricordo di un momento particolare della nostra vita. Queste in particolare sono forse le emozioni più forti che un disco ci può dare, perché sono come frecce scoccate da un grande arco che vanno dritte al cuore e colpiscono nel centro, riportando a galla tante memorie. Ebbene, posso dire che una situazione simile l’ho vissuta ascoltando – e leggendone il bel libretto – il meraviglioso cofanetto uscito da poco dedicato a uno dei musicisti italiani che amo di più, Eugenio Finardi, così ben recensito da Eddy Cilìa (finalmente bentornato). Il box contiene i suoi primi cinque LP (e finiamola con i “vinili”… non ce la faccio più, è come se ogni volta che parlo di un CD dovessi parlare di “policarbonato”), quelli tosti, quelli intrisi di quella Musica Ribelle “che ti entra nelle ossa e ti vibra nella pelle e ti dice di mollare le menate e di metterti a lottare”.

Non so quanti di noi ultra-enni che leggiamo AUDIOreview abbiano mai mollato le menate e si siano messi a lottare, o avrebbero ancora la voglia di farlo… magari sono molti di più di quelli che pensiamo. Una cosa però posso dire con assoluta certezza, almeno per quanto mi riguarda: un solo accenno, qualche sola nota di “Musica Ribelle”, con le sue storie di Anna e Marco, o della bellissima “Quasar”, puro jazz-rock alla Weather Report, e sento il mio povero cuore trafitto da tante, tantissime di quelle frecce di cui parlavo poc’anzi.

Ma è una sensazione bellissima, è l’emozione provocata da tanti ricordi che, all’improvviso, riaffiorano tutti insieme; ricordi di qualcosa costruito su tanti ideali, su tante illusioni, che sono state le colonne portanti della nostra adolescenza. Tante delusioni, anche, ma a queste ci penseremo dopo. Per tornare a Finardi, ho saputo, troppo tardi, che ha celebrato a Milano lo scorso Novembre i quarant’anni della sua Musica Ribelle, con tanti dei musicisti che quella Musica Ribelle avevano fatta nascere con lui. Non c’erano tutti, e non potevano esserci tutti: ho letto che Stefano Cerri, Hugh Bullen e Alberto Camerini mancavano all’appello, ma che c’erano Lucio Violino Fabbri, Mark Harris, Ares Tavolazzi, Walter Calloni, Lucio Bardi, Patrizio Fariselli, Claudio Pascoli, e non credo di averli citati tutti.

Anche se non ho assistito al concerto, riascoltare i suoi LP, le sue canzoni, è stato un pò come essere comunque presente. Ma, soprattutto, è stato come tornare salire su una macchina del tempo che istantaneamente mi ha portato indietro di quarant’anni: quando, adolescente, mettevo Finardi e la sua Musica Ribelle in radio, ed ero solo con i miei ascoltatori, non c’erano programmatori, registi, fonici: un programma era un percorso, un viaggio le cui tappe le decidevi tu con gli ascoltatori; quando, come ha raccontato lo stesso Finardi, lui scriveva le canzoni, e poi con tutti quei musicisti creavano musica nella più totale libertà. Musica come pochi, pochissimi in Italia avevano fatto, o hanno poi saputo fare. “Nella Musica Ribelle ci ho comunque creduto”, ha dichiarato Finardi. E chi di noi non ci credeva?

C’era la Musica Ribelle di Finardi, c’era il punk, c’era il free jazz, ed erano anche modi di essere, non solo musica per pochi adepti relegata in qualche oscura etichetta indie o per intellettuali (ma ci sono ancora oggi gli intellettuali? E che musica ascoltano?) Ci dicono che il CD è morto, il futuro è lo streaming o il cielo sa cos’altro, ma io vedo – per fortuna – ogni mese la sezione musica di AUDIOreview colma di nuovi CD, come i negozi on-line (quelli fisici non ci sono quasi più) pieni di offerte di mega-cofanetti che ripropongono vita morte e miracoli di band o singoli artisti, e il cui target sono evidentemente gli appassionati abbastanza benestanti, possibilmente single. Tanto, ormai è chiaro e ce lo siamo detto e raccontato più volte, che i CD che vediamo su AUDIOreview, e i cofanettoni, li compriamo solo noi appassionati. Pur di rivivere certe emozioni, compriamo anche gli LP ristampati da master digitali (anche se ormai il digitale ha da dire la sua in termini di naturalezza e analogicità del suono, ma mi fermo qui per non andare fuori tema). Leggo che, durante il concerto a Milano, sono saliti sul palco gli Area, e qualcuno dal pubblico ha gridato: “Dove siete stati in questi quarant’anni?”. È vero, ci sono mancati, e tutti quanti.

Non voglio dire che la vera musica è solo quella dei tempi che furono, perché non la penso così; all’Auditorium di Roma ho avuto modo di ascoltare grandi artisti della classica, come una vera icona del jazz, non solo italiano, come Franco D’Andrea, e il Banco con ancora Di Giacomo, Nocenzi e Maltese. L’impressione, però, è che in un mondo fatto di e pilotato dai talent show, non ci sia più posto per certi musicisti, e per una certa musica. Qual è quindi la musica del mondo di oggi? Cosa ascoltano i giovani? Già, i giovani d’oggi, poco più che cuccioli sbandati, senza regole, senza lavoro e senza futuro, forse preferirebbero le comuni reali dei festival del Parco Lambro o del Re Nudo a quelle virtuali dei social.

Qualche altro festival pop come quello di Villa Pamphili negli anni ’70 non darebbe più lavoro ai giovani, ma forse li aiuterebbe a stare più insieme, fisicamente uno vicino all’altro e non sui social, facendo propri e condividendo valori come rispetto, condivisone e confronto, piuttosto che egoismo, materialismo, bullismo.  Tra le altre cose, non rimango stupito dal fatto che tra il pubblico del concerto di Milano ci fosse ancora chi non era d’accordo; erano quelli che, quarant’anni fa, chiedevano a Finardi e ai suoi musicisti di  suonare e cantare senza tutto quel rumore rock (ma questo lo chiedevano già a Dylan nel 1965, quando a Newport lo accusarono di essere di sinistra perché imbracciava una chitarra elettrica).

Erano quelli che, quarant’anni fa, volevano entrare gratis ai concerti in nome di chissà quale diritto, e mettevano la politica davanti a tutto, ma non sempre nell’interesse di tutti. Sono quelli che hanno fatto morire un’intera stagione di musica, tirando le molotov ai concerti. Sono quelli che ci tirano un’altra frecciata dritta al cuore, questa volta dolorosa, ricordandoci che il sogno e l’utopia non sono stati fermati dal sistema e dalle forze dell’ordine, ma dalla poca efficacia e costanza delle azioni di tutti coloro che credevano in quegli ideali. Non voglio che queste righe diventino un sermone, o fare della facile retorica, sono semplici considerazioni che nascono da un processo emotivo che un semplice brano musicale è in grado di scatenare, e che è bello poter condividere con chi può capirle e sentirle magari anche sue. E poi, non c’è niente da fare, la Musica Ribelle fa rumore».

Da estimatore di Eugenio da oltre quattro decenni, ma anche da appassionato che ha vissuto le stesse esperienze (belle e brutte) in quei caldissimi ‘70, la vedo esattamente come Andrea, che ovviamente ringrazio per questo suo contributo. Lo spazio a disposizione è già fin troppo congestionato e allora ok, per questo mese basta così. Nell’attesa di ritrovarci, con il prossimo numero, in primavera, buona lettura e buoni ascolti. Magari, per una volta, a volumi più alti del solito.
Federico Guglielmi

Author: Redazione

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