Editoriale AudioReview 397

Vediamo di capirci

Non che mi dispiaccia, anzi è tutto il contrario, ma quello dell’editoriale è uno spazio che ospita periodicamente non solo le mie parole ma anche gli apprezzati contributi di alcune decine di appassionati lettori che mi piace definire “ritornanti”. Questo mese è il turno di Sergio Bolzoni, già coprotagonista della nostra prima pagina alla fine del 2014, e di Alessandro Chiari, la cui ultima volta (è un habitué) risale ai primi mesi del 2015. Entrambi si sono pronunciati sul dilemma che catalizza da un po’ la nostra attenzione, “la musica si ascolta con maggior soddisfazione dal vivo o con un buon impianto?”, ed è dunque a loro che lascio la tastiera. «Forse non ho colto io», ha scritto Sergio, «ma alla domanda retorica sul fatto che per ascoltare bene la musica sia meglio un buon impianto risponderei con un: “ma stiamo scherzando?”. Sarò stato sfortunato, ma nella mia trentennale passione per la riproduzione domestica mai, dico mai, mi è capitato di ascoltare in un impianto nulla più di un’ombra platonica di una grande orchestra sinfonica che si esprime in una sala adeguata.

Anche in impianti da centinaia di migliaia di euro dimostrati in pompa magna. Non c’è nulla da fare: lo speciale amalgama del suono che arriva compatto eppure così facilmente scomponibile – se per qualche attimo si vuole far attenzione particolare che so, ai bassi – senza che perda di unicità è solo ed esclusivamente della esperienza musicale dal vivo. E questo accade, nelle sale di buona acustica, sempre e indipendentemente dalla posizione in cui si è seduti (ovviamente tranne i pochi posti in piccionaia o similari). Ad esempio, io ho la fortuna di frequentare spesso la Philharmonia di Berlino e lì ci sono i posti più strani, essendo sostanzialmente il palco in mezzo a uno spazio circolare. Ebbene io a volte acquisto con i Berliner i posti dietro l’orchestra per guardare bene la mimica dei direttori, un divertimento in più. Ma non perdo nulla della qualità del suono. Posso affermare la stessa cosa anche per la Kammersaal, la sala più piccola fatta per formazioni ridotte. Credo che gli appassionati di hi-fi corrano invece il rischio opposto: quello della abitudine alla iperdefinizione che porta ad “audire” un suono irreale e quindi poi le (spesso poche) volte che si ascolta dal vivo non si hanno più i parametri corretti. Certo che posso richiamare nel mio soggiorno Karajan o Evans quando voglio (ed è il quid di questa passione), ma ascoltare dal vivo, oggi, Simon Rattle è sonicamente tutto un altro mondo».

Sì, nulla da eccepire, a patto che – come avevo precisato mesi fa – la sala sia adeguata e la musica che si ascolta sia classica, cameristica e, in generale acustica. Però, ecco, lungi da me accendere polemiche, ma la classica (e dintorni) non è l’unica musica esistente e per di più a livello di mercato occupa un posto secondario. Nessuno nega la sua nobiltà, ma la massa della gente ascolta altro e tale altro dal vivo è restituito in modo quasi sempre mediocre se non pietoso. È alla massa, costituita da estimatori di – tre nomi a caso – Bruce Springsteen, Rolling Stones o Depeche Mode,he penso quando asserisco la superiorità del buon impianto casalingo sui concerti, naturalmente fermo restando che suggestioni e atmosfere del live non sono vivibili nel proprio salotto; insomma, lo ripeto a scanso di (ulteriori) equivoci, parlo di pura e semplice qualità di ascolto e non di tutto il resto che le fa da contorno.

Riporto allora la testimonianza di Alessandro, sia perché molto simpatica, sia perché funzionale al discorso di cui sopra, specie per quanto concerne la conclusione. «L’aspetto più importante da sottolineare nella discussione sull’ascolto dal vivo e su quello riprodotto consiste a mio avviso nella necessità di eliminare ogni pur minima sensazione (non a caso stiamo parlando di musica!) di contrasto tra le due possibilità, le quali possono e devono integrarsi reciprocamente per offrire un panorama quanto più possibile completo; già dai primi approcci risalenti a cinquant’anni fa (ero quindicenne), mi dividevo equamente tra il Kursaal di Montecatini Terme (dal vivo con Nomadi, New Trolls, Equipe 84…) e lo studio di mio padre nel quale si trovava uno scatolone a forma di parallelepipedo che, aprendosi, si trasformava in un giradischi con le casse ai lati. Poi la famiglia si è trasferita a Perugia, papà ha comprato su mia indicazione un impianto abbastanza degno di tale nome e io ho iniziato ad avvicinarmi pure al jazz (Chet Baker, che ha suonato in un locale poco più grande di un buco). Poi è seguito il matrimonio e la vita in una casa che non era più quella dei genitori ma in cui era ugualmente presente un impianto musicale acquistato tenendo conto del fattore “wife acceptance”, in quanto la mia deliziosa mogliettina ha sempre vissuto le macchine da musica come un’indebita intrusione nello spazio di sua esclusiva proprietà rappresentato dalla sala (d’altronde, come credo pure per molti altri appassionati, ho sempre dovuto fare i conti con la situazione economica).

Quasi contemporaneamente avevo la fortuna di assistere alla nascita e a tanti dei concerti di “Umbria Jazz” (Sting, B.B. King e chi più ne ha più ne metta perché da anni le nostre vacanze estive sono legate agli appuntamenti della rassegna), abbinandoli ad altri (più rari) della ancor più gloriosa Associazione degli Amici della Musica (festeggia il 72° anniversario, alla faccia, ed offre classica a piene mani), di cui ricordo Muti con la OGI (tanti anni fa), la Argerich (l’ultimo ascoltato) e Fresu-Sollima (prenotato). Nel frattempo avevo scoperto con enorme piacere che esisteva una specie di stagione invernale del jazz in una chicca di nome Santa Cecilia, un ex cinema parrocchiale dalla capienza di ben cento/centocinquanta posti, in cui la prima fila di sedie era messa talmente vicina al palco (lo chiamo “palco” per rispetto degli artisti che lo hanno calpestato, ma si trattava solo di poche assi leggermente rialzate rispetto al pavimento) che, allungando le gambe, si poteva toccare! Qui, tra i tanti famosi (e gli ancor più tanti sconosciuti), ho amato Pieranunzi e Coscia, che hanno addirittura deciso di registrarvi un CD. A un certo punto, chissà perché, la stagione di questi concerti si è spostata in un’altra location molto più ampia e con la formula prima la cena e poi il concerto (a prezzi stracciati, per nostra fortuna); Bollani, ad esempio. Quest’anno, infine, abbiamo avuto un’altra variazione sul tema: cena e concerto in contemporanea, ma non mi piace perché non riesco ad apprezzare né l’una né l’altro; pazienza. Nel frattempo continuo a godere della mia modesta collezione di LP e CD (circa cinquecento), che ha però il pregio di rappresentare numerosi stili e generi, in omaggio al mio personalissimo concetto di continua ricerca musicale e di musica come insostituibile veicolo di cultura e di incontro. Un’ultima considerazione: un amante della musica che si limita all’ascolto di quella riprodotta è un po’ come un gigolò che si taglia i testicoli da solo perché, pur con tutti i difetti possibili ed immaginabili della musica dal vivo, escluderla significa precludersi non un’opportunità bensì un intero mondo». Sono perfettamente d’accordo anche in questo, metafora del gigolò compresa, ma – ed è un “ma” bello grosso – se l’obiettivo primario è il buon ascolto, come si fa a conseguirlo dovendo confrontarsi con acustiche terrificanti, suoni orridi e spettatori che parlano tra loro urlando per sovrastare la musica, ovvero lo spettacolo al quale assisto nella mia città – Roma – a ogni concerto pop/rock che non si svolga all’Auditorium, al Sistina o in strutture simili? Fa parte del gioco e lo accetto, è ovvio, ma nessuno potrà mai convincermi che le canzoni di chiunque suonino meglio in un normale locale/localino, palaqualchecosa o stadio di come suonano a casa mia (nonostante il mio impianto ormai vintage non sia certo una roba esoterica) o vostra. Volendo potete però provare a farlo, scrivendomi all’indirizzo in calce. Nel frattempo, buona lettura e buoni ascolti a tutti.

Federico Guglielmi

Author: Redazione

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