I “Quadri” a Santa Cecilia diretti da Pappano

Ma c’è anche la sfavillante fantasia orchestrale “L’Apprendista Stregone” ed il raffinato Concerto per violino di Sibelius con Lisa Batiashvili.

sabato 24 (ore 18), domenica 25 (ore 18) e martedi 27 (ore 19,30).

pappano-foto

Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia
Antonio Pappano direttore
Lisa Batiashvili violino

  • Dukas L’apprendista stregone
  • Sibelius Concerto per violino
  • Musorgskij/Ravel Quadri da una esposizione

Primo omaggio in stagione a Jean Sibelius, in occasione dei 150 anni dalla nascita, con una delle sue più celebri composizioni e tra le poche familiari al pubblico italiano il Concerto per violino, occasione anche per riascoltare una delle violiniste più rinomate della scena mondiale la georgiana Lisa Batiashvili che è alla sua seconda apparizione a Santa Cecilia dopo il successo avuto nel 2011 con il Concerto di Shostakovich. Pappano invece propone due pagine brillanti e di caleidoscopica varietà timbrica, l’arcinoto Apprendista Stregone di Dukas (inevitabile pensare al Topolino disneyano alle prese con gli effetti della magia, ma Dukas pensava ovviamente alla ballata di Goethe) e la sapientissima orchestrazione realizzata da Ravel dei pianistici Quadri da una esposizione di Musorgskij, uno dei banchi di prova più esaltanti per un’orchestra sinfonica di virtuosistiche capacità.

 

Approfondimento

La suite pianistica di Mussorgsky è la solida ossatura sulla quale l’arte di orchestratore di Ravel costruisce uno dei più articolati edifici sonori. Il timbro strumentale diviene l’ingrediente fondamentale nella raffigurazione in musica dei quadri di Hartmann, pittore amico di Mussorgsky di cui i “Quadri” vogliono essere una celebrazione. Non a caso i “Quadri di un’esposizione” sono un pezzo immancabili per gli appassionati del suono della grande orchestra.

Si apre con la prima tromba che introduce il tema della “Promenade”, una sorta di filo conduttore tra i vari episodi sonori. A seguire le esplosioni foniche punteggiate dalle percussioni dello “Gnomo”, la malinconia del “Vecchio Castello” con il suggestivo assolo del saxofono, la vivacità sugli strumentini che ricorda il gaio vocio dei bimbi nei giardini parigini nelle “Tuileries”. Il colore e la raffinatezza dell’espressione strumentale sono protagonisti di questa pagina che alterna episodi delicati a parti davvero intense. È il caso di “Bydlo” che descrive un pesante carro trainato da buoi che si trascina nella fredda e fangosa campagna polacca; gli archi bassi scandiscono un ritmo pesante sul quale si alza il cupo assolo della tuba tenore, un crescendo sorretto dalle percussioni, un climax e poi un diminuendo, sul rullare del tamburo militare e il pizzicato lontano ma distinto dei contrabbassi. Notevole poi il ruolo della sezione ottoni nelle “Catacombae”, davvero incisivo. Un rarefatto episodio in pianissimo viene interrotto dall’attacco su timpani e grancassa di “Baba Yyaga”, malefica strega del folklore russo che Hartmann raffigura come una capanna su zampe di gallina. Grottesca l’immagine, che stimola un pezzo pianistico fortemente percussivo, ma anche raffinato e dolente. Non a caso la trascrizione per orchestra ne mette in evidenza il contrasti dinamico. Senza soluzione di continuità si giunge alla luminosa conclusione della trionfale “Grande porta di Kiev”, un finale da togliere il fiato.

Marco Cicogna

Author: Redazione

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