Mahler 1

Il “Titano” a Santa Cecilia con Vladimir Jurowsky

Stagione Sinfonica

Auditorium Parco della Musica – Sala Santa Cecilia

giovedì 30 marzo ore 19.30 – venerdì 31 ore 20.30 – sabato 1 aprile ore 18

La Stagione Sinfonica dell’Accademia di Santa Cecilia prosegue con uno sguardo alla Vienna fin de siècle, città intellettuale e raffinata che offre molti stimoli a numerosi artisti che si muovono sullo sfondo di uno stesso scenario, quello tra la fine del secolo e l’Anschluss, l’annessione dell’Austria alla Germania, avvenuta nel 1938. Sul podio a dirigere l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia in questo concerto tutto viennese il russo Vladimir Jurowski, ospite abituale delle stagioni concertistiche ceciliane.

La serata si apre con la Sinfonietta di Alexander Zemlinsky, uno dei protagonisti della scena musicale viennese negli stessi anni di Schönberg, Webern e Berg, di cui Zemlinsky fu maestro di armonia. La seconda parte concerto sarà dominata dalla Sinfonia n. 1 “Il Titano” di Gustav Mahler, un manifesto ricco di elementi che provengono da mondi musicali diversi, testimonianza del panorama sonoro dell’epoca.

 

 

Guida all’ascolto

Con la Prima Sinfonia di Mahler, siamo ancora nel terreno sicuro dell’Ottocento, ancorchè in più punti si avverta che il nuovo secolo sia quasi alle porte. Rappresentata per la prima volta nel 1889 si apre con una lunga introduzione che nell’originario programma voluto dall’autore rappresentava il risveglio della natura, con immagini sonore particolarmente evocative.

La strumentazione è trattata sino al limite delle possibilità tecniche, con effetti inediti per il periodo. Sono richiesti due timpanisti ed un’ampia sezione di percussioni, affascinano le lancinanti frasi affidate alla sezione corni, la tessitura incisiva, talvolta persino aspra delle trombe, ma nell’insieme la strumentazione non è diversa da quella di Tchaikovsky.

Nei passaggi cameristici di infinita dolcezza trionfano i solisti dell’orchestra e segnalo la suggestiva atmosfera al principio del Terzo tempo, con lo spettrale assolo del contrabbasso sul cupo ostinato dei timpani in pianissimo.

Le sinfonie di Mahler hanno trovato grande spazio in discografia e risultano apprezzate anche dagli audiofili per la complessa struttura orchestrale, il virtuosismo della scrittura, l’intensità di affreschi sonori che esaltano timbri e dinamiche di ogni sezione strumentale. Ascoltarle dal vivo è ben altra cosa. Mahler conduce la grande orchestra nel nuovo secolo. Ne utilizza gli stessi strumenti, esaltandone le parti di ottoni e percussioni, ma li utilizza con un linguaggio nuovo, capace di dipingere con il suono la natura e le passioni umane.

Anche la Prima Sinfonia (e proprio la Prima) comprende tutti i caratteri della poetica mahleriana, ed in questo è un lavoro già maturo. Attraverso il pianissimo introduttivo si assiste al risveglio della natura, con suoni che richiamano il destarsi della vita in un bosco, un dipinto che unisce tinte delicate e cameristiche a improvvise esplosioni di colore. Dopo il taglio rustico e apparentemente ironico del secondo tempo si passa all’andamento lugubre e sognante del terzo, concluso in pianissimo sui rintocchi della grancassa. Il colpo di piatti in fortissimo che apre il finale è repentino e accecante. Un episodio fortemente contrastato in cui archi e fiati sorretti da due timpanisti, piatti, triangolo e grancassa sembrano urlare il dramma dell’uomo sprofondato nelle viscere dell’inferno, un episodio che lo stesso autore all’inizio descrisse come “dall’Inferno al Paradiso”.

E’ un percorso lungo e difficile, dinamicamente contrastato che conosce ampie oasi di serenità alternate a improvvise deflagrazioni dell’orchestra, che sviluppa materia sonora ai limiti delle proprie possibilità tecniche. Un lungo crescendo porterà alla finale perorazione, ampia, distesa e luminosa sulla ottimistica marcia dei corni, che nell’ultimo passaggio si alzano in piedi con effetto suggestivo per l’ascoltatore dal vivo, paralizzato sulla sedia di fronte ad una grande esecuzione. A quel grandissimo concertatore che fu Solti nulla sfugge di questa grande pagina sinfonica, ed ogni particolare viene esaltato anche a costo di una certa asciuttezza e ruvidezza sonora. Il grido degli otto corni è lancinante, ed ogni sezione strumentale è pronta a tutto pur di seguire il maestro, il cui gesto secco ed essenziale mi sembra di rivedere nell’ascolto di questa preziosa registrazione. Le ultime note in pianissimo, scandite dal pulsare sommesso della grancassa sono infatti interrotte dall’attacco repentino di uno degli episodi più dirompenti dell’intero repertorio sinfonico, un turbinio sonoro irto di dissonanze che lo stesso autore nell’originale programma aveva descritto come “la caduta dell’uomo nell’inferno”.

Ottoni e percussioni lasciano senza fiato l’ascoltatore, per un senso di coinvolgimento che l’ascolto dal vivo può offrire senza bisogno di portare la musica colta nello spazio del Colosseo. Quando la sezione corni si alza in piedi (come è tradizione nella Prima in cui Mahler consegna oneri ed onori a questo nobile strumento) un brivido attraversa il pubblico, recando con se quell’emozione che soltanto la grande musica, a questi livelli, può garantire. Gli ultimi minuti del finale raffigurano allora il progressivo illuminarsi della scena sonora, un crescendo poderoso che un valido direttore controlla sino all’ultimo spasimo, sorretto dallo schianto minaccioso ed insieme liberatorio delle percussioni, nel fulgore di una sezione ottoni potente e precisa.

Marco Cicogna

Author: Redazione

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