Orchestra Nazionale di Santa Cecilia

Gli appuntamenti di fine stagione che gli audiofili non possono mancare

Presentata la stagione 2015/2016 di Santa Cecilia con un cartellone davvero ricco per gli appassionati di musica. Nel frattempo voglio segnalare qui alcune pagine per grande orchestra che saranno protagoniste nell’auditorium di Roma nelle settimane che ci separano dall’estate. Segue la discografia consigliata.

Orchestra-Santa-Cecilia-Foto

Domenica 3 maggio ore 18,30, repliche Lunedì 4 maggio ore 20,30 e martedì 5 maggio ore 19,30

Sala Santa Cecilia ore 18.00 – turno A-A2
Mahler: Sinfonia n. 1 “Titano”

Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia
Manfred Honeck direttore

  • Mozart Sinfonia n. 41 “Jupiter”
  • Mahler Sinfonia n. 1 “Titano”

 

Sabato 16 maggio Ore 18,30

Sala Santa Cecilia ore 18.00 – turno A-A1
Shostakovich: Sinfonia n. 5

Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia
Christoph Eschenbach direttore
Roberto Gonzalez Monjas violino
Simone Briatore viola

  • Mozart Il Flauto Magico: Ouverture
  • Mozart Sinfonia Concertante K 364
  • Shostakovich Sinfonia n. 5

 

Sabato 23 maggio

Sala Santa Cecilia ore 18.00 – Lunedì 20,30, martedì 19,30
Antonio Pappano: Bruckner 8

Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia
Antonio Pappano direttore

  • Bruckner Sinfonia n. 8

 

Sabato 13 giugno

Sala Santa Cecilia ore 18.00 Lunedì ore 20,30 e martedì ore 19,30
Zimerman interpreta Brahms

Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia
Mikko Franck direttore
Krystian Zimerman pianoforte

  • Brahms Concerto per pianoforte n. 1
  • Cajkovskij Sinfonia n. 6 “Patetica”

 

Sabato 20 giugno

Sala Santa Cecilia ore 18.00 – Luned’ ore 20,30 – Martedì ore 19,30
Gershwin Gala
Orchestra e Coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia
William Eddins direttore e pianoforte
Sarah Nicole Batts soprano
Rodney Earl Clarke baritono

  • Gershwin Funny Face: Overture
  • Gershwin/Bennett Gershwin in Hollywood
  • Gershwin Girl Crazy: Ouverture
  • Rhapsody in Blue
  • Porgy and Bess: suite

 

 


DISCOGRAFIA

 

MAHLER 1

Michael Tilson-Thomas
Blu Ray San Francisco Symphony

La serie “Keeping Score” realizzata da Tilson-Thomas con la l’orchestra di San Francisco ha offerto alcune significative edizioni di musica sinfonica in video. Qualità tecnica elevatissima tanto che parte di queste incisioni erano state a suo tempo usate dalla Dolby per le demo del formato Dolby True HD in 7.1 e 5.1 canali. In un doppio Bly Ray dedicato a Mahler troviamo qui un programma generoso che sfiora le quattro ore. Al centro l’esecuzione in concerto della Prima di Mahler, una lettura introspettiva di grande equilibrio che costruisce progressivamente un edificio sonoro complesso reso con trasparenza da una accurata regia ed una ripresa audio di livello assoluto.

Rappresentata per la prima volta nel 1889 (ben prima che Tchaikovsky componesse la sua “Patetica”), si apre con una lunga introduzione che nell’originario programma voluto dall’autore rappresentava il risveglio della natura, un affresco sonoro raffinato e suggestivo. C’è un’idea ispiratrice per un percorso sinfonico che attraverso episodi contrastati giunge sino ad un esaltante Finale, un pezzo tra i più travolgenti del repertorio. “Dall’Inferno al Paradiso”, così nel programma il quarto movimento, si apre infatti con uno scroscio sui piatti e turbinose dissonanze orchestrali, che sembrano gridare l’angoscia dell’uomo di fronte al destino. Vicende sofferte conducono attraverso episodi strumentali ora languidi e consolatori, ora drammaticamente intensi, sino alla meta ottimistica in un abbacinante fulgore orchestrale, in cui (in modo inedito) la sezione corni si alza in piedi per sottolineare il ruolo “trainante” di questi ottoni. La strumentazione, ampia ma non diversa da quanto prescritto in quegli anni da altri autori è però chiamata al limite delle possibilità tecniche, con effetti sorprendenti. Sono richiesti due timpanisti ed un’ampia sezione di percussioni, ma sono soprattutto le lancinanti frasi affidate alla sezione dei corni, la tessitura ardua delle trombe, i passaggi cameristici di infinita dolcezza nei quali trionfano i solisti dell’orchestra, la difficile parte del contrabbasso nel Terzo tempo, l’uso di pause e di momenti di quasi silenzio che tendono nell’insieme a sonorità nuove ed emozionanti

Questa registrazione fa parte dell’integrale delle sinfonie di Mahler registrate da Tilson-Thomas e pubblicate in SACD dalla Avie, l’etichetta “di casa” dell’orchestra.

Nello stesso Blu Ray troviamo poi un altro concerto dedicato a Mahler dal titolo “A Mahler Journey”, un percorso attraverso le sinfonie dell’autore boemo. Non mancano i “Lieder einer fahrenden Gesellen”, quei giovanili “canti del viandante” che ispirarono l’avventura del compositore boemo verso la forma sinfonica (qui eseguiti da Thomas Hampson dal vivo come tutta questa selezione). Sappiamo come per Mahler la musica descriva una visione terrena ed ultraterrena, un affresco della Natura, il tutto reso attraverso una strumentazione lussureggiante e curata sino allo spasimo. Non manca il celebre “Adagietto” dalla Quinta, una pagina di struggente e malinconia per archi e arpa che fa apprezzare il bel timbro e il fraseggio elegante della formazione di San Francisco. Lo sviluppo sinfonico di Mahler è seguito ancora con lo Scherzo della Settima sinfonia, un pezzo vivace nel ritmo e gli accenti moderni. C’è poi il Rondo-Burleske dalla Nona sinfonia, pagina ormai del Novecento che conclude il programma.

Ma non finisce qui. Il secondo disco ospita un vero e proprio film-documentario in cui il direttore Michael Tilson-Thomas racconta dell’autore e della genesi della possente Prima Sinfonia. Viene raccontata la struttura sinfonica, attraverso elementi biografici ed emotivi prima ancora che musicali. Parte del video è girata in Boemia nei luoghi della formazione musicale di Mahler, parte a Vienna, dove per anni diresse la massima delle istituzioni musicali del tempo, l’Opera di Vienna. In tutto questo il direttore americano racconta in dettaglio la Prima Sinfonia, con esempi tratti dal video e in parte con un approccio didattico con il pianoforte. Ci sono anche brevi interviste alle prime parti dell’orchestra. Il viaggio attraverso la musica di Mahler prosegue analizzando lo sviluppo del linguaggio dell’autore sino alla morte, con l’incompiuta Decima. Nel documentario, l’inglese del direttore è chiarissimo, eventualmente vi aiuterete con i sottotitoli, ma non mancate di cogliere l’essenza di pagine musicali tra le più ardite, capaci di affascinare il pubblico più esigente delle grandi sale da concerto ma anche si togliere il fiato all’audiofilo che potrà dedicare un buon impianto ad una registrazione tanto dinamica e dettagliata.


MOZART Sinfonia Concertante

MOZART
Sinfonia Concertante K. 364
Duo in G K. 423
David & Igor Oistrakh
LP Decca

La sublime Sinfonia Concertante per violino, viola e orchestra di Mozart è affrontata in questo classico degli anni d’oro dell’analogico da David Oistrakh e da suo figlio Igor, nomi sacri della scuola violinistica russo-sovietica del Novecento. Ma non basta; la direzione della Filarmonica di Mosca è affidata a Kyril Kondrashin, interprete che ha consegnato al disco letture vibranti e piene d’energia. Lo ricordiamo in una delle Sheherazade più belle (sempre in casa Decca).

La “sinfonia concertante” è un genere ibrido in cui due (o più) solisti dialogano tra loro e con l’orchestra; ebbe una certa fortuna nella seconda metà del Settecento. Lo stile orchestrale più in voga erano da tempo quelli della sinfonia o del concerto per un solo strumento solista ed orchestra, ma non mancavano forme residuali che attingevano alla tradizione dei decenni passati. Nel periodo barocco, sino ai primi decenni del secolo esisteva una versione “arcaica” di concerto con più strumenti in ruolo preminente che andava sotto il nome di “concerto grosso”. Ad un gruppo di “solisti” detto “concertino” si contrapponeva il resto della orchestra (stiamo parlando di piccole formazioni sui 10/15 elementi). Un esempio sublime del genere sono i sei concerti Brandeburghesi di Bach, un campionario strumentale tra i più articolati

La sinfonia concertante prende avvio da questa prassi barocca e attraversa indenne tutto il XVIII secolo. Non è tuttavia la forma esteriore che fa grande una determinata pagina musicale. Mozart praticò ogni genere musicale, in nessun caso con risultati meno che eccellenti. E’ ben nota una sua Sinfonia Concertante per quattro strumenti a fiato e orchestra, oltre ad un giovanile “Concertone” per violino e violoncello. E’ tuttavia con questa pagina intensa e raffinata che Mozart si supera nell’affiancare strumenti timbricamente molto vicini come il violino e la viola, un lavoro espressivo a tratti persino struggente portato a termine nei dolorosi mesi che seguirono la morte della madre. E’ una composizione ormai matura che nel celebre catalogo Kochel reca il numero 364. Ampia e distesa l’introduzione nel primo tempo, un frammento di grande sinfonismo che prepara l’entrata dei solisti. Lirico, tragico nelle movenze il secondo tempo canta sommesso, un Andante in Do minore che in modo insolito per Mozart scandaglia le emozioni più intime. Notevole il contrasto con il finale, nel carattere allegro del Rondò, brillante e virtuoso, offre ai due grandi solisti modo di emergere, un dialogo serrato tra violino e viola, soprano e contralto degli strumenti ad arco, in una lettura di notevole spessore.


SHOSTAKOVICH 5

SHOSTAKOVICH
Symphonies n. 5 & 9
Russian National Orchestra
Dir. Yakov Kreizberg
SACD Pentatone

Il catalogo in SACD della olandese Pentatone cresce e si arricchisce sempre di più proprio nel repertorio russo. Apprezziamo Yakov Kreizberg in questa poderosa lettura della Quinta di Shostakovich abbinata ad una smagliante Nona dai toni classici. La più celebre e probabilmente anche la più “scorrevole” tra le 15 sinfonie dell’autore sovietico è una pagina solo apparentemente facile ed esteriore. Nata nel 1936 come “risposta di un compositore a delle giuste critiche” dietro un linguaggio accessibile al grande pubblico cela spunti ironici e persino grotteschi, dosando l’elemento “popolare” con momenti di straordinario impatto sonoro. Il direttore russo-americano sin dall’apertura impone un taglio intenso, con tempi dilatati e tratti dinamici fortemente marcati. L’eloquenza e la cantabilità degli archi rafforza il contrasto con l’episodio centrale, dove gli ottoni della Russian National Orchestra tagliano l’aria, un grido angoscioso che porta la tensione al calor bianco. Notevoli gli spunti virtuosistici nel brillante Scherzo, dove le sezioni strumentali appaiono dotate di quello smalto solido che con questo repertorio offre davvero una marcia in più. Ben riuscito anche il Finale, chiassoso al punto giusto, eppure non banale. Siamo quasi al limite del puro compiacimento sonoro nelle battute conclusive, un “rallentando” affascinante ed esasperante in uguale misura, punteggiato da energiche percussioni.

La registrazione è una delle più spettacolari mai ascoltate in questo formato. Timbro naturale, perfetta calibrazione dei piani sonori. In multicanale si concretizza una solida immagine orchestrale, con dettagli presenti e ampio spazio acustico. Un riferimento da apprezzare con un grande sistema.

 


TCHAIKOVSKY 6 “Patetica”

Tchaikovsky Sinfonia n. 6
Russian National Orchestra
Dir: Pletnev
SACD Pentatone

Tra le migliata di titolo in SACD l’integrale delle sinfonia di Tchaikovsky dirette da Pletnev in casa Pentatone si conferma come una delle edizioni più attendibili.

Nata in seno alla Polyhymnia, azienda costituita da ingegneri della Philips che avevano partecipato allo sviluppo del SACD, la label produce esclusivamente SACD. In quindici anni sono usciti oltre titoli, sia in DSD nativo, che nelle ristampe dei master originali a quattro canali prodotti negli anni Settanta dalla Philips Classics. Da qualche tempo la Pentatone ha attinto anche ad alcuni master a quattro canali della Deutsche Grammophon.

Il vero godimento giunge con l’ascolto della “Patetica”, uno tra i titoli più stimolanti della recente produzione. Culmine della produzione sinfonica di Tchaikovsky, la Sesta racconta di drammi e di passioni, chiamando l’orchestra al sublime e al parossistico, imponendo accenti dinamici che chiedono vigore ma anche partecipazione emotiva. L’ascoltiamo nella direzione di Pletnev, alla sua terza prova con questa pagina; qui ci convince più che nell’integrale un po’ incolore a suo tempo edita per la DG. Non getterò alle ortiche le mie esecuzioni di riferimento (Mrawinsky, Bernstein e Geergiev), ma qui abbiamo una lettura dai toni nobili, che pur senza apparire concitata, offre un senso ritmico sempre incalzante.

Massimo dei voti va alla resa tecnica. Se avete fretta, ascoltatevi almeno il terzo tempo, quello “scherzo” dai toni prima sottili, poi punteggiato dalle percussioni in un crescendo travolgente. Siamo allo stato dell’arte per una registrazione. I colpi sui piatti sono quanto di più deciso mi sia capitato di ascoltare, per una dinamica realistica dall’impatto esplosivo. Lo avevamo messo in evidenza nella recensione della Quarta (in questo stesso ciclo) poco più di un anno fa, e lo confermiamo con piacere. Ma c’è molto più di questo. Tutto il tessuto sonoro dell’orchestra si mette in bella evidenza, dalla frase vellutata dei clarinetti, al colore brunito degli archi, intensi, corposi, rugosi nel registro profondo, con violoncelli di rara eloquenza. Si sa che Tchaikovsky suona in modo speciale nelle corde di un’orchestra russa e anche Pletnev, che talvolta ci era parso un po’ freddo e distaccato, qui si lascia andare nel cogliere i tratti più struggenti di questa “Patetica”. La Russian National Orchestra riesce indubbiamente a suonare “forte”, ma la piacevolezza non si perde e la registrazione conserva la percezione delle linee interne. Alcune frasi quasi sempre celate vengono messe a fuoco, come il ruolo dei legni, i passaggi veloci sui violoncelli anche mentre sono gli ottoni ad essere protagonisti, il ruolo del basso tuba a sostegno dell’armonia dal profondo della massa sonora. L’edificio sinfonico è svelato all’ascoltatore senza asprezze, lontano da caratterizzazioni “vecchio stile” che tanto piacciono a certi audiofili d’annata. La dinamica è notevole. Si passa dalla soglia dell’udibile sino ad esplosioni sonore che chi ha esperienza di ascolto dal vivo potrà apprezzare sino in fondo. A due canali, come a 5.0, sembra di entrare all’interno della partitura. Ottoni eccellenti, pieni e possenti i tromboni nell’apoteosi isterica del primo tempo, su un rullante del timpano basso che con tale naturalezza non avevo mai ascoltato.

 

 

 


GERSHWIN

 

GERGE GERSHWIN
Rapsody in Blue
Rialto Ripples
Stefano Bollani, pianoforte
Gewandhaus Orchester Leipzig
Dir. Riccardo Chailly
CD Decca

 

Bollani e Chailly non hanno in comune soltanto la barba. Entrambi sono grandi musicisti.

Una delle più antiche orchestre del mondo l’Orchestra del Gewandhaus di Lipsia, “classica” per definizione, diretta da Riccardo Chailly, celeberrima nelle più diverse pagine della musica sinfonica, da Bach passando da Mozart, Mendelssohn, Beethoven, Schumann e Mahler per arrivare alla musica contemporanea, si unisce a Stefano Bollani, un pianista italiano appartenente alla più alta sfera jazzistica internazionale.

Il repertorio scelto, rigorosamente di George Gershwin, ci trascina nelle atmosfere degli anni ‘20 e ‘30 del ‘900, nel pieno della cultura americana del Secolo breve, nel mondo dello “swing”: un’atmosfera di confine fra la grande tradizione classica e l’altrettanto grande tradizione jazz, due mondi non sempre facili da conciliare.

Le registrazioni, effettuate nella fantastica acustica del Gewandhaus di Lipsia, spaziano dalla Rapsodia in Blue, definita dallo stesso compositore: “«…una sorta di policroma fantasia, un caleidoscopio musicale dell’America, col nostro miscuglio di razze, il nostro incomparabile brio nazionale, i nostri blues, la nostra follia metropolitana»”, nella versione per pianoforte e jazz band orchestrata da Ferde Grofé, al Concerto in fa con cui il compositore si cimentò in una delle forme compositive più tradizionalmente classiche, passando attraverso la suite Catfish Row, composta nel 1936; chiude il programma Rialto Ripples, un brano di rarissima esecuzione che ci mostra gli esordi di un Gershwin diciottenne, qui nella versione per pianoforte e orchestra

Riccardo Chailly torna a Gershwin a quasi trent’anni dalla registrazione effettuata a Cleveland, e la ragione è chiara: l’affiatamento fra questi due grandi artisti si avverte immediatamente sin dalle prime note. Un disco nuovo per un nuovo modo di vedere la musica di Gershwin, in cui il criterio di riferimento è la qualità, senza appartenenza di genere. E come in tutte le perfette fusioni, non si distingue più dove termini il classico e inizi il jazz, dove le note scritte si trasformino in improvvisazione (ma sempre con gusto e misura!), in un caleidoscopio di colori irripetibile e in un’unione che sembra davvero essere emblematica di un termine, “sinergia”, di cui oggi ogni tanto si abusa, ma che sembra davvero appropriato per questa incisione.

 

 

 

Bernstein plays Gershwin
LP Columbia/Speaker’s Corner
Distribuito da Sound and Music

 

La frase più famosa scritta per il clarinetto è senza dubbio l’originale “glissando” in apertura della Rhapsody in Blue di Gershwin. Quel celebre tema, oltre a lanciare sulla ribalta internazionale un giovane George Gershwin, segna secondo molti anche l’inizio della musica moderna americana. E’ il 1924 e al termine di una lunga serata newyorchese intitolata “An experiment in Modern Music” si impone proprio la Rapsodia per pianoforte e orchestra come una delle pagine che diventerà icona del XX secolo e della cultura nordamaericana. La versione più frequentemente eseguita non è tanto quella originale per pianoforte e formazione jazz, ma quella successivamente orchestrata da Grofè per un’ampia formazione sinfonica, più adatta alla sala da concerto. In essa resta comunque intatto il sapore jazzistico ed il tratto improvvisativo ed estroso della parte solista, un successo anche discografico che non ha conosciuto momenti di offuscamento. Un direttore d’orchestra come Bernstein, che fu anche pianista e compositore intimamente legato al mondo del musical e del jazz, non poteva mancare di affrontarla più volte nel corso della sua carriera. Questa lettura del 1959 con la Columbia Symphony Orchestra, apparsa a suo tempo per la CBS, lo vede nella duplice veste di solista e direttore. Si conferma dopo tanti anni una delle esecuzioni più significative, per quello smalto intenso e sincero che il grande “Lenny” riusciva ad infondere alle sue esecuzioni quando la spinta emozionale era particolarmente forte. L’abbinamento, immancabile, è con “An American in Paris”, esuberante fantasia sinfonica del 1928 che raccoglie l’eredità sonora di due mondi da una sponda all’altra dell’Atlantico. Qui Bernstein è con la New York Philharmonic, formazione “ufficiale” di cui di li a poco diventerà direttore musicale, in una testimonianza intensa e brillante di una resa musicale che in questo repertorio si conferma un riferimento.

Le incisioni sono state effettuate nel giugno del 1959 e nel dicembre del 1958 presso il St George Hotel di Brooklyn da Fred Plaut e Frank Bruno. Perfettamente godibile la ristampa tedesca della solita Speaker’s Corner, che riporta in accurata veste vinilica un grande classico della discografia.

 

Marco Cicogna

Author: Marco Cicogna

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