Copland CDA 289

copland-cda-289

Rieccoci a parlare di un lettore CD al top della produzione di un costruttore top, com’è Copland. Sembra strano che un nome tanto rinomato voglia spendere ulteriori energie in un campo, come quello dei CD player, apparentemente destinato ad una vita breve, almeno nell’ambito dell’audio di qualità più elevata, in attesa del definitivo esordio di DVD Audio e Super Audio CD. Se Copland, Elctrocompaniet ed altri nomi di simile caratura insistono ancora sul CD, un motivo ci sarà pure. Certo il dualismo tra i due nuovi standard cui ci accingiamo ad assistere non sembra prefigurare uno scenario sereno, come in segnano le esperienze del recente passato. Stando alle notizie che filtrano nell’ambiente, si potrebbe prefigurare una diversa destinazione dei due formati: il DVD Audio verso l’utenza che si rivolge alle apparecchiature di classe medio-alta, ed il SACD per chi esige il meglio in termini assoluti. Si tratta comunque di un’interpretazione del tutto personale, e pertanto passibile delle smentite più clamorose. Resta da vedere poi se i canali di distribuzione discografica riusciranno ad affrontare i maggiori costi relativi all’approvvigionamento del catalogo su tre diversi formati digitali, il che, nel disastrato panorama italiano del settore, appare francamente ai limiti della fantascienza.

Oltre alle considerazioni di carattere commerciale, ci sono quelle che riguardano l’aspetto tecnico: come già avvenuto al momento dell’esordio del digitale, nel quale l’analogico era ancora ben lungi dall’aver detto l’ultima parola, anche adesso non sembra che il supporto CD, e la tecnologia inerente la sua riproduzione, abbiano raggiunto il massimo potenziale. Perché allora imbarcarsi in un ulteriore cambio di standard se ancora non siamo riusciti a trarre il meglio da quanto già a disposizione? La presenza sul mercato di apparecchiature operanti secondo modelli parecchio differenti, e senza che nessuno riesca
a prevalere sugli altri, la dice lunga in questo senso. Oltretutto, per quanto riguarda le sezioni di conversione, negli ultimi tempi si nota nell’alto di gamma un sostanziale ripiegamento verso le soluzioni più collaudate, malgrado la possibilità di adottarne altre, più attuali e sulla carta più efficaci. Che si sia ancora lungi dall’aver tratto il massimo dal formato CD, ne ho avuto la conferma nel periodo immediatamente precedente all’ingresso del 289 nel mio soggiorno, grazie all’unità di conversione Monarchy M 22 C e soprattutto al suo partner Super DIP. Quest’ultimo ha il compito di abbattere il jitter insito nei dati digitali in uscita dal lettore: lo fa in maniera talmente efficace da sovvertire parecchi dei luoghi comuni venutisi a creare per quanto riguarda la riproduzione audio digitale. Ci fa anche capire che molto del digitale fin qui ascoltato era penalizzato fortemente da tale fenomeno, e non solo per quanto riguarda il sistema di conversione a un bit, comunemente ritenuto il più sensibile a tale proposito.

Ben lungi dall’aver risolto tutti i problemi insiti nella corretta sincronizzazione di dati digitali a 16 bit e 44,1 kHz, ora si vuole passare addirittura a 24 bit/192 kHz per il DVD-A, e a 1 bit ma con campionamento stratosferico, nell’ordine dei 3 MHz e passa, per quanto riguarda il SACD. Se tanto mi da tanto,
non è improbabile che buona parte del potenziale insito nei nuovi formati possa andar perso proprio per motivi di jitter. Il bello è che, data la semplicità costruttiva del Super DIP, l’inclusione di un dispositivo simile avrebbe costi industriali pari quasi a zero, ammesso che si riesca a capire qual è il chip più
giusto per compiere l’operazione di abbattimento del jitter. Quello utilizzato da Monarchy ha la sigla abrasa alla radice con rara pignoleria, salva l’applicazione di un adesivo che ne farebbe presupporre la realizzazione da parte di Texas Instruments, ma potrebbe anche trattarsi di un falso in
dizio.

Alla luce dell’esperienza acquisita nel recente passato, appare evidente come le sorgenti soggettivamente meglio comportatesi alle prove d’ascolto siano quelle meno influenzate dal jitter. Tra queste un posto d’onore lo merita senz’altro il Copland 266, che per molto tempo ha rappresentato un riferimento oltremodo affidabile, nonché un esemplare difficilmente battibile, anche da parte di esemplari assai più accreditati sulla carta e di prezzo molto maggiore. In pratica il 266 era costretto a deporre le armi, ma non sempre, solo nel confronto impari con macchine collegate al preamplificatore mediante linee bilanciate. È interessante anche rilevare che le stesse macchine, una volta riportate a parità di connessioni, nulla potevano contro lo strapotere del lettore scandinavo.

È con queste premesse che ci si accinge all’esame del Copland 289, ultimo nato di una serie estremamente fortunata di sorgenti digitali, che hanno deliziato i loro possessori con ore di musica di raffinatezza difficilmente eguagliabile.

Funzionalità e caratteristiche

L'interno mostra una realizzazione notevolmente più ordinata rispetto al 288, conseguito con l'abbandono della meccanica VRDS. Quella utilizzata presenta infatti un livello di integrazione molto superiore per servocontrolli e circuitene digitali.

L’interno mostra una realizzazione notevolmente più ordinata rispetto al 288, conseguito con l’abbandono della meccanica VRDS. Quella utilizzata presenta infatti un livello di integrazione molto superiore per servocontrolli e circuitene digitali.

Un aspetto che mi ha sempre attratto in tutte le apparecchiature Copland, siano lettori, integrati, pre o finali, riguarda l’estrema coerenza delle loro soluzioni estetiche. Con esse si può realizzare un impianto di estrema uniformità stilistica ma dalla levatura tecnica, e sonora, di prim’ordine. Il tutto a costi elevati, sì, ma tutto sommato accettabili in funzione delle loro prerogative, e addirittura convenienti nel paragone con il resto della produzione hi-end di
qualità confrontabile.

Ma veniamo al 289, dall’estetica molto simile al predecessore 288: sinceramente, preferisco quella più sortile del 266. L’impiego di una nuova meccanica ha determinato lo scambio di posizione tra display e vassoio di caricamento, ora posto più in alto. Ne risulta un assieme visivamente più lineare anche se, osservato un po’ da lontano, il 289 mi ricorda il Dom de Luise di “Frankenstein Junior”, con quella fronte esageratamente sproporzionata rispetto al resto del cranio. In ogni caso l’aspetto ne sottolinea in maniera efficace come più non si potrebbe lo status di macchina top di un costruttore in posizione di vertice nell’audio più esclusivo, forse non quanto a prezzi di listino, ma di sicuro per quanto riguarda l’efficacia e l’assenza di compro messi delle soluzioni adottate. Una recriminazione, e neanche tanto piccola, il 289 la induce, e riguarda l’assenza di uscite bilanciate. Ma come, quello era l’unico punto che costringeva il 266 a soccombere, sia pur di misura, nei confronti di alcune tra le più costose macchine di vertice e voi non le utilizzate neanche per la sorgente top?

Una scelta criticabile, che visto l’ordine delle cifre in ballo, non credo avrebbe inciso più di tanto sul costo finale della macchina, ma che ne avrebbe accresciuto notevolmente l’autorevolezza. Copland del resto non è nuova a trovate simili, come per quanto riguarda l’assenza dal suo listino di un pre dotato di connessioni bilanciate, pur in presenza di tale dotazione per alcuni dei suoi finali. E non venitemi a dire che il bilanciato non ha influssi sulla qualità d’ascolto, dato che finora mi è sempre accaduto di verificare l’esatto contrario, come appare evidente anche dalle note poco più sopra. Una tra le variazioni nei confronti del modello precedente riguarda l’abbandono della meccanica VRDS di Teac, ritenuta tra le più affidabili in circolazione, per una Sony, molto simile a quelle che equipaggiano le macchine di classe media. Come vedremo nello spazio dedicato alle soluzioni interne, diversamente da quanto si potrebbe pensare, non si è trattato di un cambio svantaggioso, soprattutto per quanto riguarda l’integrazione delle componenti accessorie Nei confronti delle macchine che utilizzano la stessa meccanica appare comunque migliorata l’assenza di rumori meccanici nello scorrimento del vassoio, aspetto capace di rovinare irrimediabilmente l’immagine anche del più pregiato tra i lettori.
Il frontale annovera solo i due classici manopoloni, il primo destinato all’attivazione, l’altro che riunisce le funzioni di riproduzione, pausa e salto brano nei due sensi. Si ottengono rispettivamente premendo e ruotando verso destra o sinistra il controllo in questione. Lo stop si comanda invece con una duplice pressione ravvicinata sul pulsante di apertura.

copland-cda-289-particolare-interno

La sezione a monte del filtro digitale HDCD ha subito una profonda revisione, con conseguente maggiore integrazione, supportata anche dall’impiego di componentistica SMD. Lo stadio di conversione annovera ben quattro Burr Brown PCM 63 P, in versione K, quella che risponde alle tolleranze più stringenti.

Il retro, stanti le dimensioni del pannello, appare ancora più vuoto: ci sono solo le uscite di linea, al centro del pannello, cui si affianca una presa digitale elettrica, asservita ad un interruttore. Il telecomando è in pratica lo stesso del CTA 301 mk II, preamplificatore preso in esame qualche tempo fa su queste pagine. Ne replica infatti i controlli di volume e se lezione degli ingressi.

Costruzione

Come al solito per i Copland, la parte migliore del 289 è quella celata alla vista, come appare evidente alla rimozione del pannello di copertura. A prima vista l’attenzione è attratta dai due trasformatori, incapsulati e destinati rispettivamente alla sezione digitale e a quella analogica. Cinque però sono gli stadi diversi, adibiti presumibilmente a meccanica, servocontrolli, stadio di conversione, più una coppia per la sezione di uscita analogica. Ognuno di essi è dotato del proprio regolatore di tensione. Saltando da un estremo all’altro del la topologia, sottolineiamo subito l’esclusiva realizzazione a componenti discreti della sezione di uscita, aspetto più unico che raro anche nella produzione di vertice. A mio modestissimo avviso si tratta di un altro tra i motivi principali per la superiorità delle sorgenti Copland. Gli altri aspetti maggiormente degni di menzione riguardano l’adozione del filtro digitale HDCD, che ormai inizia a diffondersi addirittura tra i minicoordinati. La sua adozione avviene comunque in un contesto di rara efficacia circuitale, come dimostra il suo comportamento nella verifica strumentale delle caratteristiche elettriche della macchina, le migliori in assoluto per quelle che riguardano la funzionalità del filtro digitale nella memoria storica del laboratorio di AUDIOreview. Spurie, residui in banda soppressa, oltre a tutto il resto, sono su livelli finora riscontrati solo nelle illustrazioni tecniche della manualistica riguardante la materia specifica, men che mai in situazioni reali. Al PMD 100, forse stavolta in versione Abarthizzata, fa seguito un quartetto di convertitori D/A Burr Brown PCM 63 P, una scelta per la quale non si è badato a spese sotto il profilo numerico: ciascun chip dispone già di due DAC al suo interno, e di funzionalità comprovata da anni e anni di impiego nelle migliori sorgenti alto di gamma. Non siamo quindi di fronte a nulla di particolarmente originale sotto il profilo tecnologico nell’ambito della conversione D/A, in cui dopo un periodo di continue innovazioni appare evidente il ripiegamento sulle soluzioni meglio collaudate, sia pure di classe inequivocabile.

Scelta della componentistica a parte, di primissima categoria nelle diverse sezioni circuitali, è l’insieme della realizzazione che mostra un profilo inattaccabile e ordinatissimo, frutto di un progetto a
lungo ponderato, esente da ripensamenti dell’ultima ora, stante l’assoluta assenza di cablaggi volanti.

Un panorama di prim’ordine, insomma, osservando il quale non è difficile capire da dove provengano le eccellenti prestazioni delle sorgenti Copland. Il tutto emana poi un’impressione di robustezza e affidabilità assai rimarchevole, ben lontano dalle soluzioni plastificate e fin quasi ‘giocattolesche’ cui un numero sempre maggiore di costruttori si vede costretto a ricorrere, nel continuo processo di riduzione dei costi produttivi. Come si nota dalle serigrafie impresse sui tre stampati principali, nella sezione di controllo e uscita digitale si è mantenuta un’impostazione simile a quella del 266, sia pure sottoposta ad una revisione inerente scelta dei componenti e topologia circuitale. Abbiamo quindi l’impiego di dispositivi dalla raffinatezza notevolmente superiore alla media, corroborati dalla vicinanza di un quarzo adibito ad uniformare il flusso di dati sull’esatta frequenza del master clock. Scomparsa quindi è l’uscita ottica che equipaggiava il 288 assieme a quella coassiale. Altri due cristalli sono dislocati sulla scheda di conversione e uscita analogica, che mostra anch’essa notevoli differenze rispetto al predecessore. Come appare evidente, i problemi derivanti dall’instaurarsi del jitter non sono davvero stati presi sottogamba dai tecnici Copland. Modifiche sostanziali anche nella sezione di uscita, che mantiene la realizzazione esclusivamente a componenti discreti, qualcosa di più unico che raro anche nell’altissimo di gamma. Modifiche di rilievo sono intervenute anche nelle circuiterie a supporto del filtro digitale, che denota un livello di integrazione sostanzialmente accresciuto, nonché l’impiego di componentistica SMD. I convertitori sono passati dalla versione J alla K, quella che comprende gli esemplari rispondenti alle tolleranze più stringenti, i migliori in circolazione per quanto riguarda la serie PCM 63. In variata è rimasta la parallelizzazione dei condensatori utilizzati nella sezione di uscita, a partire però da elementi di maggiore capacità. La sezione comprendente la componentistica attiva ha subito una razionalizzazione, mentre anche la scelta dei condensatori di uscita è variata: al posto degli elementi marchiati Copland abbiamo dei Bennic, se possibile dimensionati ancor più generosamente. L’adozione della meccanica Sony, infine, anche se potrebbe fare un po’ storcere il naso ai più pignoli, nei confronti della precedente VRDS vanta un’integrazione della sezione di controllo molto superiore, che ha permesso di allestire un insieme assai più raffinato ed efficace, a probabile vantaggio delle prestazioni finali della macchina. Si prendano le foto dell’interno pubblicate nella prova del 288 su AUDIOreview 158: la differenza in termini di pulizia salta agli occhi. L’ottimizzazione del progetto si è spinta anche all’adozione di toroidi
in ferrite sui quali sono avvolti i cablaggiche servono le sezioni circuitali più sensibili alla captazione di disturbi elettromagnetici o a radiofrequenza.

Sul retro sono presenti le uscite analogiche e quella digitale, asservita ad un interruttore. Tutte si avvalgono di terminazioni di ottima qualità.

Sul retro sono presenti le uscite analogiche e quella digitale, asservita ad un interruttore. Tutte si avvalgono di terminazioni di ottima qualità.

 

L’ascolto

Si ritiene comunemente che per apprezzare al meglio le qualità timbriche proprie delle apparecchiature di vertice, e le differenze che intercorrono tra di esse, si debba essere gente molto esperta del ramo, fin quasi dei santoni dell’hi-fi. La cosa non è assolutamente vera, come testimonia il fatterello che vado a raccontarvi. Avevo appena iniziato a prendere le misure al 289 sotto il profilo sonoro, e con grande godimento, quando mi telefona Rosaria (Ferrarese). Per irrevocabili esigenze editoriali era necessario riportare in redazione certi diffusori con la massima urgenza, vale a dire subito, assieme a un CD player. Andavano fotografati e sottoposti al set di misure. Casomai non fossi riuscito a terminare il loro ascolto, avrei potuto riprenderlo in seguito. Per non introdurre tutti insieme troppi elementi di cambiamento, e mantenere un metro di giudizio di affidabilità accettabile, ho tenuto ferma la sorgente, il 289, cambiando solo gli altoparlanti, che peraltro hanno dimostrato un comportamento impeccabile, tanto da non far sentire troppo la mancanza di quelli che equipaggiano in pianta stabile il mio impianto. Dopo essere andato avanti così per un paio d’ore o poco più, è arrivato il momento di sostituire anche la sorgente. Nella stanza attigua c’era la mia ragazza, giovane e timido raggio di sole dopo anni di burrascosa convivenza, già a letto con qualche linea di febbre al primo soffio del vento autunnale. Per quanto le piaccia moltissimo ascoltare musica, le sue esperienze in merito sono quelle tipiche della media delle persone della sua età, limitate a CD player portatili o compattoni economici. Eppure, testimone forzata della sessione d’ascolto di cui vi ho appena narrato l’antefatto, a neanche cinque minuti dal cambio di sorgente si è alzata per chiedermi come mai il suono dell’impianto fosse tanto cambiato. Ho sostituito il lettore, faccio io. Ma come, i CD player non suonano tutti alla stessa maniera? Certo che no, le ho risposto, altrimenti uno che spenderebbe
a fare tutti i soldi necessari all’acquisto di un 289?

Come già detto, ma certe cose è meglio precisarle bene, al momento in cui è avvenuto il fatto, rimpianto non pilotava i suoi soliti diffusori, ma quelli di prezzo modico che dovevo sbrigarmi ad ascoltare e poi riportare in redazione per le misure di laboratorio. Sia pure in maniera del tutto inaspettata, anche con essi la differenza tra le due macchine era molto sensibile, addirittura trovandosi fuori dall’ambiente d’ascolto.

II telecomando è identico a quello in dotazione al preamplificato re CTA 301 mkll.

II telecomando è identico a quello in dotazione al preamplificatore CTA 301 mkll.

Questa storia banale ci insegna almeno un paio di cosette. La prima è che, definendo la sorgente come il punto più importante dell’impianto, certe frange più oltranziste della scuola inglese non sono così lontane dal vero. La seconda è che anche con un buon, anzi molto buon paio di diflusori da scaffale, quotati meno di un milione la coppia, si possono analizzare i motivi di superiorità di una sorgente rispetto ad un’altra, ed anche comprenderne l’estremo valore musicale in termini assoluti. La terza, e poi la faccio finita, è che anche un pivello può capire tutta la differenza che c’è tra un lettore di classe media ed uno ai vertici della categoria. Per di più neanche affiancandoli ad un impianto di selettività particolarmente spietata.

Del resto non è necessario avere la patente da venfanni per capire la differenza che intercorre tra il viaggiare in seicento o su una grintosa sportiva da 150 cv. Basta sedersi dentro, magari anche da fermo.
Se dovessi fare un paragone automobilistico, raffronterei tuttavia il 289 ad una di quelle vetture, costosissime, dove qualsiasi aspetto è al di sopra dei nostri desideri, per capienza, scatto, velocità, tenuta, comodità, quasi una macchina da sogno. Certo è che il ricordo del 266 a confronto del nuovo 289 impallidisce notevolmente: mentre il 266 è una macchina di classe alta ma realizzata ancora con un occhio ai costì, per il 289 non si è badato a spese. I risultati si sentono eccome, la sua è una sonorità sontuosa, che per trovarle un difetto puoi star lì una settimana senza venire a capo di un bel nulla. Desiderando una sonorità particolarmente aggressiva, si potrebbe imputare al 289 una certa qual morbidezza, che dal mio punto di vista va catalogata invece tra i punti forti della macchina. Infatti non implica perdite di particolari o indugi in gamma medio-bassa, consentendo però di prolungare l’ascolto fin quasi all’infinito, senza che venga a galla qualsiasi sintomo di fatica. Almeno nella riproduzione di programmi di correttezza accettabile sotto il profilo timbrico, in caso contrario il 289 ci avvisa della situazione ma sempre in maniera gentile, stemperando appena gli svarioni più clamorosi inflitti ad un master incolpevole in fase di missaggio, e rendendone in definitiva meno penalizzante l’ascolto. Di certo c’è che si tratta di una tra le sorgenti meno inclini a generare quella sorta di “fastidio digitale” che ci assale ogni qualvolta siamo reduci da una seduta d’ascolto basata su materiale analogico riprodotto da front-end di qualità. A dispetto della sua relativa gentilezza, il 289 sa anche essere determinato, soprattutto in gamma bassa, quando lo richiedono le caratteristiche dell’incisione. Con la musica moderna, i diffusori sembrano aver acquisito un’ottava piena quanto ad estensione, senza perdere alcunché sul fronte del controllo: non siamo magari di fronte alla soverchieria di un Monarchy 22 C + Super DIP, capace di rendere i fronti di salita ed i pieni tosti come se ti sbattessero in faccia, di piatto, una lastra di marmo di Carrara, ma anche sotto il profilo puramente quantitativo non c’è nulla da recriminare. Anzi il 289 è una tra le sorgenti digitali più generose
per le basse frequenze che mi sia mai capitata tra le mani, se non la più generosa in assoluto. Il fatto è che non sottolinea oltremodo quest’aspetto con una malcelata volontà di emergere a tutti
i costi ma, facendoti comunque sobbalzare sulla sedia, ti avvolge in un flusso di tensione e densità assolutamente fuori dal comune, e senza per questo facendo mancare un’oncia quanto a controllo ed articolazione. Anche questi parametri sono su livelli di eccellenza, dando luogo ad una riproduzione del comparto inferiore soggettivamente superiore a quanto si riterrebbe nelle corde del formato 44,1 kHz-16 bit. Mai dare l’orso per morto, men che mai in una situazione di grande fluidità come quella odierna.

I piani sonori sono scolpiti a tutto tondo, con una presenza di aria che non lascia spazio a repliche, per non parlare della risolutezza e della definizione con cui le sfumature timbriche di ogni strumento sono offerte alla nostra percezione. Non a caso ho usato questo verbo, proprio a simboleggiare l’estrema grazia con cui il 289 si muove tra le pieghe di un qualsiasi programma musicale, adattandosi con solerzia impagabile alle sue caratteristiche, senza voler imporrle delle proprie, a parte forse l’innata condiscendenza con cui tratta tutto il materiale che gli si fa ingoiare. Il bello poi è che si ottengono risultati tali anche con le incisioni più scriteriate, e potrei scommettere che il 289 sarebbe capace di far suonare anche una ciabatta vecchia o una pizzeria mal riscaldata. Focalizzazione, estensione della gamma alta, assenza di forzature, coesione tra le diverse parti dello spettro, sono tutte cose che perdono di significato quando si è di fronte a tanta magnificenza, che non lascia spazio a desideri. Se cercate di più, allora c’è qualcosa di sbagliato nei resto dell’impianto, a meno che non si vogliano attribuire alla riproduzione audio di qualità elevata possibilità che ancora le sono negate. Sarebbe come guidare una Lamborghini Diablo e lamentarsi della mancanza di accelerazione: a quel punto non resta che passare alla categoria degli aerei a reazione.

Per quanto riguarda i contrasti dinamici e la disponibilità ad evidenziare le differenze di livello tra le diverse informazioni presenti sul supporto, siamo quantomeno sulla classe di eccellenza del 266, anche se in questo caso è molto difficile un confronto a memoria, oltretutto penalizzato dalla diversa impostazione timbrica del 289.

Si tratta di una di quelle sorgenti che per comprarsele è lecito fare anche carte false, sempre in maniera figurata, per carità. Impegnatevi il fuoristrada, affittate la villetta in campagna, fate gli straordinari, vedete un po’ voi insomma: mettere insieme la cifra necessaria non è impossibile. Fatto sta che di fronte ad una sonorità tanto disarmante si può soltanto chinare il capo e rendere
tutti gli onori del caso.

Conclusioni

II giradischi digitale, CD player, lettore di CD alla sua massima espressione. Avete presenti quelle monumentali tavole in Via dei Fori Imperiali che visualizzano l’espandersi del dominio romano
nel corso dei secoli, dai sette colli all’impero che copriva in pratica la totalità del mondo conosciuto? Bene, se facessero una cosa simile anche per le sorgenti digitali, nella tavola che simboleggia l’impero sotto Traiano, ai tempi del suo massimo fulgore, potrebbero benissimo metterci il 289.

Chi avrebbe il coraggio di lamentarsene? Le sue prerogative, costruttive, funzionali e sonore, sono tutte di prim’ordine, e forse anche di più. Certo il suo prezzo non è una bazzecola, ma in considerazione di tutto quel che è emerso nel corso di questa verifica, è senz’altro da giudicare adeguato, e addirittura concorrenziale nei confronti di macchine che, seppure più costose, non sembrano vantare i contenuti tecnici del 289. Non parliamo poi della musicalità, che è veramente quanto di meglio si possa desiderare ed abbia personalmente riscontrato nell’esame di esemplari di vertice. In considerazione di quello che offre il mercato, a cinque milioni e mezzo il 289 è fin quasi conveniente. Di norma prove del genere finiscono sempre con l’esortazione, più o meno velata, ad ascoltare di persona l’esemplare di cui si parla. Stavolta, invece, come già è accaduto pochissime volte nella mia modestissima carriera di critico audio, consiglio caldamente di non provare di persona il valore del 289: dopo un’esperienza simile sarebbe oltremodo difficile trovare motivi di interesse in qualcos’altro.

Claudio Checchi

 

 

Le misure

copland-cda-289-misure

II lettore Copland offre prestazioni elettriche dì altissimo rilievo in assoluto, talune delle quali (quelle relative alla sezione di filtraggio digitale) hanno meritato un box di indagine specifico.
Cominciamo dal dato forse più atteso, quello di risoluzione: i 15.1/15.3 bit riportati possono sembrare “normali”, ma se andiamo ad osservare lo spettro del tono ditherizzato da -70 dB tro
viamo un tappeto di rumore congruente con 15.5 bit. La totale assenza di armoniche (le piccolissime “punte” che emergono o sono spurie o sono componenti d’intermodulazione “fanta
sma” con i piccoli residui di rete) fa però sospettare che la risoluzione propria dei convertitori sia molto più elevata, ed il sospetto è confermato dal fatto che non c’è saturazione sugli overshoot
dell’onda quadra a 0 dB: il progettista del filtro digitale ha cioè introdotto una piccola attenuazione (utile ad impedire saturazioni con segnali di massima ampiezza analoghi a questo),
pari a circa 2.1 dB, che si somma virtualmente al rumore residuo, per cui la risoluzione vera dei convertitori dovrebbe essere incrementata di 0.34 bit. Se si considerano gli inevitabili con
tributi del rumore termico, ne consegue che l’accuratezza di conversione è molto prossima a quella teorica del canale (16 bit), per cui quella potenziale (propria cioè dei componenti) è più
elevata, e di ciò potrebbero giovarsi le registrazioni codificate con le metodiche “super bit mapping” od analoghe. La risposta in frequenza è perfetta, la massima escursione non eccede
0.05 dB sull’intera banda audio, ed a questo risultato non è estranea la sezione di filtraggio digitale, la cui potenza ha permesso l’adozione di filtri anti-immagine blandissimi, totalmente
“invisibili” in banda audio sia sul modulo che sulla fase della risposta (notare a questo proposito la perfetta simmetria dell’impulso). Ottimo anche il comportamento nella regione dei livelli
elevati, visto che nello spettro del segnale bitono l’intermodulazione non eccede di -74 dB dal segnale (0.02%). Nessun problema dai parametri d’interfaccia; nei confronti diretti tra CD
player occorrerà comunque tener presente che la tensione di uscita di questo Copland è più elevata della media. F. Montanucci

 

“Il mostro” di Fabrizio Montanucci

A molti sembra naturale che la risposta impulsiva di un sistema di riproduzione debba essere… un impulso, inteso qualitativamente come variazione repentina, unipolare e di lunghezza temporale minima della tensione di uscita, ed è forse in conseguenza di questa naturale analogia che molti costruttori di CD player hanno perseguito e perseguono per i loro apparecchi la strada della risposta temporale priva di ringing (oscillazioni): molti utenti non tecnici, vedendo sui dépliant o sulle prove delle riviste di settore gli oscillogrammi di onde quadre o di risposte al singolo campione unitario, sono intuitivamente portati a valutare in modo positivo questa caratteristica. Prescindendo dalle valutazioni d’ascolto, che se non condotte con criteri scientifici non possono trovare spazio nel contesto di un’analisi tecnica, occorre sottolineare con forza che questo atteggiamento NON HA fondamenti razionali nella teoria dell’informazione. Un sistema a banda intrinsecamente limitata come un canale digitale NON DEVE avere una risposta impulsiva a decadimento istantaneo: se ce l’ha, nel caso particolare di un singolo impulso il segnale di uscita è simile – al limite identico – allo stimolo originario, ma qualunque altro segnale con un contenuto spettrale esteso fino alla zona della frequenza di Nyquist (metà frequenza di campionamento) sarà affetto da spurie, ovvero da frequenze-immagine (spettralmente speculari dell’originale rispetto alla frequenza di Nyquist), che certamente cadono in banda ultrasonica (come minimo a 22.05,x… kHz), ma che altrettanto certamente non coincidono, in generale, con il segnale originale. La risposta temporale ideale di un canale di trasmissione a banda limitata ed a fase nulla è un segnale definito da meno infinito a più infinito e coincide con i valori della funzione sin(x)/x. Se si desidera prelevare da una sequenza discretizzata nel tempo e nell’ampiezza tutta e sola l’informazione originariamente da questa rappresentata, occorre sovracampionare la sequenza ed operarne la convoluzione con un filtro sin(x)/x, il cui periodo può al massimo coincidere con la frequenza di Nyquist. Poiché ciò è ovviamente impossibile, si usa limitare nel tempo la lunghezza temporale del filtro mediante opportune finestre di pesatura, il cui compito è di far andare a zero il valore della funzione sin(x)/x più o meno velocemente possibile, in funzione dei risultati che si desiderano e della potenza di calcolo disponibile. Naturalmente, più la finestra è “corta” nel tempo e minore è la potenza di calcolo necessaria, e quindi più economico il filtro, ma maggiori sono i compromessi cui si deve accondiscendere, in particolare quelli legati al ripple in banda passante (che come ben sanno i nostri lettori talvolta diventa ad dirittura “visibile” sui tracciati di risposta in frequenza) ed alla pendenza di taglio. In particolare, se quest’ultima è modesta, si hanno piccole attenuazioni in banda passante (l’estremo acuto viene un poco attenuato) e le spurie ultrasoniche più vicine alla frequenza di Nyquist sono poco attenuate, tant’è che in questi casi non è raro misurare distorsioni totali (che ovviamente NON sono distorsioni armoniche) a 20 kHz dell’ordine di svariate
unità percentuali. Viceversa, quanto più il filtro è potente, tanto più estesa e lineare sarà la banda utile e tanto maggiore sarà l’attenuazione delle immagini.

Quando non opera come decoder HDCD, il FIR contenuto nel chip Pacific Microsonics PMD 100 rappresenta la migliore approssimazione di un filtro digitale ideale fino ad oggi passata per il nostro laboratorio, ed eccede ampiamente anche le specifiche dei migliori filtri Sony di qualche generazione or sono (che però ipercampionavano per 2, anziché per 8 come in questo caso). A parte l’irrisorio ripple in banda passante dichiarato (0.0001 dB, ovvero una parte su 87000!) le straordinarie performance di questo componente (la cui struttura temporale è riportata in fig. l, nei limiti di rumore in cui è possibile indagarne la forma e la lunghezza) sono ben rappresentate dagli spettri di fig. 2 e fig. 3. Con un range dinamico di 90 dB, un tono puro a 20 kHz (fig.2) non produce immagini visibili (il che significa che l’attenuazione tra 20 kHz e 22.05+22.05-20=24.1 kHz è maggiore di 90 dB), ma solo piccolissime quantità di seconda e terza armonica (che ovviamente non dipendono dal FIR). La risposta in frequenza è invece visibile in fig.3 e da essa, come pure dalla frequenza di ringing, si deduce che la frequenza di taglio prescelta dal progettista è pari a 21.12 kHz: un valore comune, ma che qui è raggiunto con una attenuazione pressoché nulla.

Esisterà qualche “orecchio d’oro” in grado di percepire le superiori prestazioni sull’estremo acuto di un siffatto componente?

Fig.l. Risposta impulsiva del Copland CDA189 amplificata fino ai limiti strumentali di rumore per evidenziare la lunghezza tempo rale del filtro digitale.

Fig.l. Risposta impulsiva del Copland CDA189 amplificata fino ai limiti strumentali di rumore per evidenziare la lunghezza tempo rale del filtro digitale.

Fig. 2. Spettro 0/100 kHz di un tono puro da 10 kHz/0 dB.

Fig. 2. Spettro 0/100 kHz di un tono puro da 10 kHz/0 dB.

Fig.3. Trasformata della risposta impulsiva del Copland CDA189. A 11 kHz il livello va le ancora 0 dB.

Fig. 3. Trasformata della risposta impulsiva del Copland CDA189. A 11 kHz il livello vale ancora 0 dB.

Fabrizio Montanucci

 

 

 

 

Costruttore: Xena Audio AB, Idavagen 5,352 46 Vaxjo, Svezia

Prezzo: L. 5.500.000 (listino 9/99)
CARATTERISTICHE DICHIARATE DAL COSTRUTTORE
Risposta in frequenza: 20 Hz-20 kHz ±0,1 dB.
Gamma dinamica: >96 dB.
Separazione: >95 dB, 1 kHz.
Linearità di fase: <0,5°, 20 Hz-20 kHz
Rapporto S/N: >98 dB Livello di uscita: 2,7 V.

 

Provato sulla rivista mensile AUDIOreview n. 196 novembre 1999

Author: Redazione

Share This Post On

Submit a Comment