Moss Rebel

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De Marchi, di ritorno da Las Vegas, ha detto: «Caro Jop, ho visto e soprattutto sentito cose che voi umani non avete mai visto e sentito». Il replicante extralarge mi ha promesso che il nuovo standard di campionatura del CD è la fine del mondo, che non ha nulla a che vedere con il vecchio, e che suona meglio di un disco di vinile.

Quello che mi frega è che sono curioso, per cui ho messo nel conto che potrebbe anche succedere ora ciò che non mi è successo quando verificai di persona le bubbole vendute da molti a corredo del CD nascente e della sua macchina di lettura: basta con i rumori di fondo, è arrivata la musica perfetta, niente di meglio al mondo e altre balle del tipo. Attendo con ansia, con la costanza, persino fessa ma non importa, di un Charlie Brown che tenterà ancora di dare un calcio al pallone di baseball tenuto a terra da Lucy Van Pelt; lei glielo porta via sempre un istante prima che il piede arrivi a destinazione, ma lui non molla, perché può essere che nessuno, per una volta, gli porti via il pallone prima che l’abbia calciato. Quello sarà un gran giorno, per me e per Charlie Brown; e anche per l’Alta Fedeltà.

Intanto, felice di quello che ho già, è con «vera soddisfazione e con grande entusiasmo che mi accingo a presentare a questo diffidente e spocchioso pubblico una novità post-natalizia degna di un uovo di Pasqua: è nato un piccolo Eldorado». Non potrei mai dire cose simili senza usare le virgolette, non perché non creda alla sostanza di quel che dico, ma perché non riesco a sopportare l’impudicizia della mia sorpresa; le virgolette, in questo caso, sono solo una specie di minigonna: non copriranno granché – e dio le bendica per questo – ma intanto vestono quel che serve a non finire in galera per oltraggio al pudore.

Eldorado, ricordate che cos’è? A parte il mito delle città d’oro, è il Giradischi di riferimento di chiunque ami la buona musica e per questo non ha mai abbandonato l’analogico. Progettato e realizzato
dall’ingegner Russo, viene venduto a pochissimi fortunati per un centinaio di milioni.

Non suona «bene», non si sentono più bassi, più alti, più medi: suona in un altro modo, in un altro mondo; tra lui e gli altri giradischi c’è la stessa distanza che separa Marilyn Monroe da Valeria Marini. Senza offesa, ma è così. Un giorno, sono arrivati da me tutti e due, Russo e Gentilucci. Gentilucci è uno dei più noti valvolisti d’Italia, tecnico di valore, costruttore onesto e leale, bravo. Avevano in mano un po’ di pacchi e sembravano i Re Magi; hanno spolverato un tavolino di Blanda e hanno scartonato delle cose bellissime, nuove di zecca e altre che conoscevo già; per esempio, il piatto di un Rega Planar. Un blocco pieno e tondo di alluminio, una cinghia, un altro bariletto di alluminio con dentro il motore, la plastica nera del Rega, il cristallo del Rega; chissà che ne pensa il vecchio Gandhi, padrone della bella fabbrica inglese, nella sua fattoria nel morbido Essex. Poca roba, pochi gesti e il piccolo Edorado era lì, vezzoso e argentino come tutti i piccoli di buona famiglia, adagiato su una terna di molle ad aria dell’ultima generazione.

Particolare del braccio di lettura e del blocchetto con i connettori d'uscita.

Particolare del braccio di lettura e del blocchetto con i connettori d’uscita.

Russo le fa sempre più gentili, e pensare che una volta c’era qualcuno che le nascondeva. Le foto, questa volta, mi sembrano più interessanti e degne di quelle che vi ho somministrato per molti mesi.
Ho cambiato macchina fotografica, ora tutto quello che non va nelle immagini è responsabilità mia nel bene e in quello che a voi appare «male», ma è esattamente quello che voglio farvi vedere. Però, preferisco raccontare lo stesso «Rebel» di Moss.

«Rebel»: l’antagonismo racchiuso in questo nome deve voler dire qualche cosa, visto che lo ha concepito Russo, uno che parole non spreca. Rebel perché mentre la grande industria e anche quella meno sembra aver cancellato i lettori analogici dai suoi laboratori, lui, con Gentilucci, riesce a progettare e a produrre un pezzo che i grandi darebbero come «fuori mercato». Rebel perché quando sembra oramai scontato il fatto che le sorgenti analogiche, per toccare vette stellari, devono costare – e costano davvero, per materiali, lavoro, macchinari, destinati a pezzi senza tolleranze o quasi, meccaniche raffinate destinate a lavorare duramente e per lunghissimo tempo – cifre inavvicinabili per un povero diavolo, lui mette a punto una macchina che, al di sotto dell’Eldorado, fissa nuovi standard di qualità riproduttiva e combatte senza complessi concorrenti che costano 30, 40 milioni. E ci vuole un bel fegato per sostenere che, di fronte a questi ultimi, suona peggio.

Questo «chiude», quello «apre», questo «scende», quello «sale», questo «fa esplodere la dinamica», quello «radiografa il micro dettaglio», questo è «morbido», quello è «duro, asciutto». Butta
tutto. In questo caso, l’insostenibile, per complessità, «giradischi» chiede che si parli di lui uscendo dalle consuete categorie di giudizio. Non so dire a quale famiglia appartenga: non somiglia, la sua voce, a quella di nessun altro giradischi; niente a che vedere con il Linn, niente con il Sota, poco con il Goldmund, niente con il Pink, poco – per citarne solo alcuni – con il Forsell. Cosa fa?

Niente di speciale, esatto, niente di speciale, solo un grande equilibrio di frequenze e un gran silenzio sotto sopra dentro e fuori, e poi dirò il resto. Volevo dire com’è. Per sua ventura – Russo è un
ingegnere anche quando beve il thè o fa la pipì: non posso scommettere, quindi, sulle sue capacità di stilista – Rebel è bellissimo.

Ha una sua bellezza sfacciata e un po’ irridente perché è frutto della necessità e non della ricerca stilistica e quindi se la ride delle cromature, dei plexiglas, dei bottoni dorati, di tutta quella carta da caramelle con cui spesso sono confezionati i giradischi. Visto dall’alto, si può registrare la collaborazione discreta di tre elementi circolari; l’unica retta, o segmento di retta, è il braccio, quello del Rega Planar 3, buono e funzionale; il resto è «femmina»: sia il braccio che il perno del piatto riposano in due estroflessioni a emiciclo del grande blocco di alluminio centrale, un cilindro di metallo pieno, pesante. Per la regolazione del VTA, è sufficiente allentare le brugole (sei, tre per versante) che stringono l’emiciclo al corpo cilindrico. Comodò, efficace e preciso. Il perno del piatto annega
in un secondo spazio conchiuso dal secondo emiciclo che, in situazione operativa, guarderà in faccia il corpo cilindrico, a sua volta, del motore composto di due parti uguali e sovrapposte l’una all’altra; la sezione vibrante, quella del motore, è alloggiata ovviamente nel primo stadio e disaccoppiata dal secondo tramite una sequenza di anelimi di gomma. Urta cinghia è tutto ciò che collega il blocco motore al piatto, nessun altro contatto. Poi, sotto il grande cilindro, le tre molle ad aria che, debolmente gonfiate, innalzano di pochissimo il piano del giradischi consentendo ne l’isolamento dalla terra. Governano, in questo progetto, gli stessi criteri che hanno convinto Russo a realizzare l’Eldorado.

Lui sostiene – e nessun uomo sincero e preparato oserà mai contraddirlo in questo – che il disaccoppiamento del sistema di lettura dalla «terra» è una condizione fondamentale dalla quale non si può prescindere; poiché la «terra» è il mezzo in cui le vibrazioni si muovono con la maggiore velocità e se si pensa alla intensità di lavoro che il sistema braccio-puntina è costretto a compiere in un solo secondo mentre danza nel solco, si può intuire l’importanza di un accorgimento che impedisce alle vibrazioni di interferire con quel lavoro. Immagino che anche il sistema di lettura digitale abbia problemi di questo genere, ma quanti di voi hanno adottato molle ad aria sotto il gira-CD?

Il Rebel visto da due angolazioni diverse.

Il Rebel visto da due angolazioni diverse.

Ho detto dell’equilibrio tra le gamme di frequenza. Ora dico dell’immagine: fermissima, inchiodata, senza incertezze o zone d’ombra, profonda, larga, pronta ad ospitare esplosioni dinamiche senza
scomporsi. Provate ad alzare il volume; niente paura, i vicini non vi denunceranno per un attimo di follia; non succederà nulla, assolutamente nulla di quello che accade normalmente ad un giradischi tradizionale, quando sollevato dal volume, il tappeto del rumore di fondo sale in superficie facendo esplodere grazia e compostezza, se mai il vostro giradischi ha avuto questi pregi. Anche l’ascolto prolungato ad alto volume non vi stancherà poiché il suono dei soggetti impegnati non perderà coerenza, né subirà mascheramenti. Altra esperienza: le voci, sia maschili che femminili, non vestiranno alcuna doppia pelle, non si verificherà, cioè, quel fenomeno per cui di tanto intanto, soprattutto quando le frequenze di incrocio vengono spinte con forza, si manifesta una sorta di ispessimento del tessuto vocale che solo per brevi istanti può apparire eufonico.

È con una macchina con queste caratteristiche che si possono scoprire nella voce di Joni Mitchell sfumature di morbidezze inespresse da altri sistemi. Questo, per il solo fatto che il segnale registrato nel solco può essere tradotto in musica da un sistema di lettura quantomeno non raggiunto dai suoi nemici più temibili. Come a dire che il disaccoppiamento dalla «terra» di un sistema di lettura è la prima condizione operativa. Da qui in poi si può lavorare ancora, ma intanto si è posto il sistema nella possibilità di cominciare ad esprimersi. E già è possibile leggere la complessità della trama del tessuto di vibrazioni prodotte da una percussione, interpretata in modo formidabile in quel formidabile disco registrato da Albrecht Riermeier in «Four Drummers Drumming». La «voce» della pelle di una conga non è solo una escursione dinamica contenuta in un tempo comunque stretto, fenomeno che più propriamente può interpretare il «rumore» di una conga, ma la sintesi di una miriade di micromovimenti che vestono il rumore e, in genere, lo rendono gradevole, lo trasformano in linguaggio.

Non voglio affermare che tutto questo sia possibile solo ora, grazie a Rebel. Ma è vero che soprattutto con questa macchina – fatta eccezione per l’Eldorado – si può apprezzare senza gasature l’importanza di un passo compiuto lungo la strada della restituzione della naturalezza ad un evento musicale riprodotto. Il tasso di naturalezza raggiunto dalla musica riprodotta da Rebel è, quindi, secondo me davvero importante, ed è importante che si sia raggiunto questo traguardo senza trasformarlo in un bene d’elite. Costa, credo, tre milioni e mezzo, con il braccio; una cifra non trascurabile ma non impossibile per chi pretende musica dal suo impianto. Con poche lire in più, è possibile avere il braccio ricablato da Van Den Hul; se poi siete possessori di un vecchio Rega Planar 3 potete spedirlo al distributore: con poco più di due milioni vi torna a casa questo piccolo ma terribile Rebel. Dopodiché potrete concentrarvi sugli altri anelli della catena; un punto, il primo, il più importante, potete dare per scontato che lo avete messo a segno.

di Toni Jop

 

 

Giradischi Moss Rebel
Prezzo: L. 3.500.000 (versione a molle mosse senza fonorilevatore] (listino 01/97].
Distributore per l’Italia: Moss

 

da AUDIOreview n. 167 febbraio 1997

Author: Redazione

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