Parasound Halo JC 1

Come si suol dire, “a volte ritornano”. A metà anni ’70 John Curl era già un progettista di grido, forse l’unico universalmente noto, anche per aver dato le proprie iniziali ad un preamplificatore, anzi, “al” Preamplificatore, quello che iniziò di fatto l’epopea dell’audio esoterico. Si chiamava JC 2, ovvero “John Curl 2”, ed era nella posizione top del catalogo Mark Levinson, con un costo che nella versione D1 (in grado di gestire testine MC) sfiorava i due milioni e trecentomila lire dell’epoca.

Ma non era tanto il costo a rendere unico il prodotto, bensì l’aura di mistero che lo circondava. Si sapeva ad esempio che montava componentistica molto particolare, a bassa tolleranza, a basso coefficiente di temperatura ed in certe parti (come il potenziometro del volume) ulteriormente selezionata a mano, ma nulla si sapeva del “cuore” circuitale, ovvero dei quattro moduli di “amplificazione in classe A” che Curl aveva voluto annegare in resina epossidica, e ben rare erano anche le occasioni utili per ascoltarlo (incluse molte delle maggiori fiere del tempo). Qualcuno iniziò persino a sospettare che si trattasse più che altro di un fenomeno di marketing, e che nella sostanza non ci fosse molto di speciale, fin quando il nostro fondatore Paolo Nuti lo provò (SUONO Stereo Hi-Fi n. 54, novembre 1976) descrivendone anche parte dello schema elettrico (in pratica tutto, eccettuati i moduli).

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Ne risultò che si trattava realmente di un componente superlativo:  valori di rumore allo stato dell’arte, deenfasi RIAA accuratissima, possibilità di adattare il circuito alla natura del fonorivelatore da amplificare, accettazioni e separazione molto elevate, distorsioni bassissime. E non solo le prestazioni erano notevoli, ma anche la filosofia progettuale era innovativa: basti ad esempio considerare che, in ossequio alle teorie sulla generazione della TIM allora in voga, la banda passante intrinseca degli stadi di linea superava i 40 kHz, ma quella del fono, al fine di mantenere costante il fattore di controreazione rispetto alla frequenza, era volutamente limitata a 1500 Hz.

A chi, come il sottoscritto, in quegli anni era il proverbiale studente liceale squattrinato che mai avrebbe potuto permettersi componenti anche ben al di sotto del JC 2, fa un effetto particolare provare oggi un amplificatore di potenza che si chiama JC 1. In primo luogo fa piacere sapere che uno dei progettisti di maggiore esperienza assoluta sia sempre gagliardamente all’opera, ma è tanta anche la curiosità rispetto alla possibilità di poter ancor oggi usare locuzioni come quella che trent’anni or sono concludeva la prova di Nuti: “… probabilmente dovranno passare molti anni prima che questo preamplificatore possa essere superato”.

Genesi di un amplificatore di potenza

La Parasound Products, Inc. è un’azienda relativamente giovane, visto che quest’anno celebra il venticinquennale. Le amplificazioni con questo marchio provate da AUDIOrewiew  nel corso degli anni hanno esibito prestazioni più che convincenti ad un costo d’insieme sempre moderato, ben rappresentando quindi quel concetto di “value for money” proverbialmente caro sia ai costruttori che agli acquirenti americani. Quattro anni or sono venne introdotta la linea “Halo”, ancora più performante e di maggior pregio costruttivo, ed ovviamente anche di costo superiore rispetto alla produzione tradizionale pur mantenendosi comunque lontana dai valori tipici di quello che viene usualmente definito “hi-end”.

Il prodotto flagship di questa linea fu da subito il finale JC 1 di questa prova, la cui genesi iniziò praticamente nel 1989, ovvero con l’avvio della collaborazione tra John Curl e la Parasound e l’introduzione del finale HCA-2200. Il sodalizio durò una decina d’anni, finché Curl si accordò con Bob Crump e Carl Thompson per fondare la CTC Builders, società di progettazione in cui Curl si occupava della topologia elettronica, Crump del disegno delle piastre e Thompson della scelta dei componenti, inclusi cavi e connettori. L’operato del trio si concentrò dapprima su una possibile evoluzione del finale Parasound HCA-3500 per poi sviluppare un modello molto più raffinato, denominato CTC BBQ, che venne presentato al CES del 2001. Nello stesso anno la Parasound commissionò alla CTC un finale mono “no-compromise” paragonabile al BBQ ed il risultato fu appunto il JC 1, messo in catalogo un anno dopo.

I finali sono 9 coppie di transistor bipolari, tra i più potenti e veloci oggi disponibili, ovvero i Sanken 2SC3264/2SA1295, teoricamente in grado di dissipare 3.6 chilowatt (quasi il doppio della potenza nominale del trasformatore) ed erogare fino a ±153 ampère continui. La loro Ft tipica vale 40 MHz per il PNP, che ha capacità interelettrodiche ovviamente maggiori rispetto al complementare NPN, e che infatti sale fino a 60 MHz.

I finali sono 9 coppie di transistor bipolari, tra i più potenti e veloci oggi disponibili, ovvero i Sanken 2SC3264/2SA1295, teoricamente in grado di dissipare 3.6 chilowatt (quasi il doppio della potenza nominale del trasformatore) ed erogare fino a ±153 ampère continui. La loro Ft tipica vale 40 MHz per il PNP, che ha capacità interelettrodiche ovviamente maggiori rispetto al complementare NPN, e che infatti sale fino a 60 MHz.

Esterno

Il JC 1 è un finale lineare da 400 watt nominali, e per di più dichiara di operare in due modalità di polarizzazione entrambe molto più spinte della tradizionale classe AB, tanto da erogare rispettivamente 10 e 25 watt in classe A ed assorbire a riposo ben 250 watt. Va da sé quindi che le sue dimensioni siano notevoli, ed infatti il volume occupato è quello di un medio diffusore (circa 43 litri), ma con uno sviluppo molto più in profondità che in altezza (50 cm contro una ventina) che se non lo rende “slanciato” quantomeno non lo fa apparire quella specie di trolley senza ruote cui sembrano ispirarsi altri costruttori. Lo châssis è in alluminio di buono spessore e le finiture sono ben realizzate, la linea d’insieme è “mordida” anche grazie alla stondatura di tutte le parti spigolose. Il frontale ospita solo il pulsante di accensione ed il LED di segnalazione di eccesso di temperatura, ma al centro è ben visibile la dicitura che indica la conformità del componente agli standard THX (il JC 1 è certificato THX Ultra 2), una connotazione tenuta molto in conto negli States e da noi giustamente meno.

Il pannello posteriore del JC 1 è insolitamente ricco di comandi per un finale. A parte il commutatore utile a selezionare l’ingresso bilanciato e quello sbilanciato, ce n’è un altro che solleva la massa di segnale dalla terra di rete, cui il telaio è collegato per ovvi motivi di sicurezza, in tal modo consentendo di interrompere uno dei potenzialmente più perniciosi anelli di massa che possono venire a formarsi in un impianto audio. L’accensione può essere comandata anche dal preamplificatore, o mediante una tensione continua di trigger (vari pre mettono a disposizione questa funzione) oppure tramite lo stesso segnale audio di pilotaggio, ed in questo caso un trimmer permette di regolare la sensibilità del dispositivo.

Il pannello posteriore del JC 1 è insolitamente ricco di comandi per un finale. A parte il commutatore utile a selezionare l’ingresso bilanciato e quello sbilanciato, ce n’è un altro che solleva la massa di segnale dalla terra di rete, cui il telaio è collegato per ovvi motivi di sicurezza, in tal modo consentendo di interrompere uno dei potenzialmente più perniciosi anelli di massa che possono venire a formarsi in un impianto audio. L’accensione può essere comandata anche dal preamplificatore, o mediante una tensione continua di trigger (vari pre mettono a disposizione questa funzione) oppure tramite lo stesso segnale audio di pilotaggio, ed in questo caso un trimmer permette di regolare la sensibilità del dispositivo.

Il pannello posteriore è invece abbastanza ricco di funzioni, in relazione alla media dei finali. Oltre ai doppi morsetti ad usum bi-wiring sono presenti anche doppi ingressi, bilanciato e sbilanciato, commutabili con un deviatore a levetta. Un altro deviatore a levetta permette di sollevare elettricamente il riferimento di massa del circuito dalla terra di rete, il che, come ben descritto nel manuale, consente di evitare i problemi di ronzio che possono verificarsi in talune circostanze, ma i lettori di AUDIOrewiew sanno bene che questa operazione è spesso foriera di miglioramenti soprattutto in altre direzioni perché apre alcune delle spire conduttive che possono formarsi grazie alle connessioni di pilotaggio ed alimentazione, eliminando dei veri e propri captatori parassiti di qualsiasi tipo di perturbazione elettromagnetica (v. ad esempio AR138/139). I commutatori non sono comunque finiti, ce n’è un altro che permette di decidere se un eventuale comando di accensione comandata dall’esterno debba avvenire tramite lo stesso segnale d’ingresso (ed in quel caso è possibile regolare la soglia di accensione) oppure mediante un segnale di trigger a 12 volt; anche il ritardo di accensione è regolabile con una piccola manopola.

Interno

La struttura interna del JC 1 è quella che potremmo definire “classica” adottata da sempre dai costruttori americani, e da diversi anni anche dagli orientali. L’alimentazione è centrale, con il trasformatore alla massima distanza dagli ingressi. Quest’ultimo è un toroidale da ben 1.9 chilowatt annegato in resina epossidica per bloccarne sul nascere le vibrazioni meccaniche, sempre possibili nei toroidi oltre il chilowatt, ed incapsulato all’interno di un cilindro di acciaio. I secondari sono sdoppiati, per maggiorare ed isolare la tensione che alimenta gli stadi driver, con quelli destinati agli stadi finali che entrano in ponti rettificatori ad alta velocità di tipo Harris, che oltre alla qualità mettono in gioco la capacità di operare con tensioni di 1200 volt e correnti di 30 ampère (per dare un’idea ai non esperti della materia, con 30 ampère si può fondere un grosso chiodo di ferro).

Pannelli di chiusura eccettuati, e comunque in parte utili, la superficie radiante di cui dispone il JC 1 sfiora 1.5 metri quadri. L’alimentazione impiega un toroidale molto potente (1.9 kW) e per questo annegato in epoxy, oltre ad essere blindato anche elettromagneticamente da un cilindro di acciao. Gli elettrolitici di filtro principali, caricati mediante ponti rettificatori veloci e ad alta corrente, immagazzinano a riposo circa 570 joule, come a dire che per scaricarli una tipica lampadina a resistenza da 60 watt dovrebbe rimanere accesa quasi 10 secondi.

Pannelli di chiusura eccettuati, e comunque in parte utili, la superficie radiante di cui dispone il JC 1 sfiora 1.5 metri quadri. L’alimentazione impiega un toroidale molto potente (1.9 kW) e per questo annegato in epoxy, oltre ad essere blindato anche elettromagneticamente da un cilindro di acciao. Gli elettrolitici di filtro principali, caricati mediante ponti rettificatori veloci e ad alta corrente, immagazzinano a riposo circa 570 joule, come a dire che per scaricarli una tipica lampadina a resistenza da 60 watt dovrebbe rimanere accesa quasi 10 secondi.

Il filtraggio principale è affidato a quattro grandi elettrolitici della Nichicon, ciascuno da 33.000 µF/100 volt ed in grado quindi di ritenere energia fino a 660 joule, essendo in effetti caricati a riposo con circa 570 joule: valori notevoli in assoluto, ed ancor più in un finale a stato solido. Dato che il trasformatore ha un’impedenza interna piuttosto piccola, ne consegue che deve essere utilizzato un sistema anti-spunto, per evitare che all’accensione gli interruttori magnetotermici di sicurezza vengano istantaneamente attivati. In effetti Curl ha previsto il classico ed ineliminabile sistema a resistenza + bypass a relè ritardato, ma in questo caso il resistore è un NTC, che riscaldandosi va praticamente in corto e rischia meno di bruciarsi in una prospettiva a lungo termine.

Schema elettrico del Parasound Halo JC 1, stadi d’ingresso ed amplificazione in tensione. Basta un’occhiata per notare che lo schema è inusuale, non necessariamente innovativo (difficile poter usare questo termine a sessant’anni dall’invenzione del transistor) ma di sicuro originale e sostanzialmente diverso dalle strutture tipiche. Dopo un blandissimo passa-basso d’ingresso (con Ft a 2 MHz) il segnale viene applicato ad un circuito totalmente simmetrico con ingresso a doppio differenziale, implementato con dei jfet duali (i noti ed apprezzati Toshiba 2SJ109/2SK389), alimentati però non dai rami di alimentazione bensì connessi in serie tra loro mediante una resistenza da 47 ohm, che ne determina la polarizzazione. Le rispettive uscite sono caricate a cascode mediante mosfet e pilotano asimmetricamente un amplificatore di tensione pure a mosfet, connesso in una configurazione floating parzialmente assimilabile al gate comune, e quindi senza guadagno positivo di corrente. Il guadagno della cascata è quindi basso come corrente, ma non in termini di tensione, e non tanto perché i differenziali non sono reazionati localmente, quanto perché l’uscita dell’amplificatore in tensione vede come carico solo lo stadio finale (che ha ingresso a fet, ed è quindi enorme) e 10 picofarad di compensazione anticipatrice verso il sommatore d’ingresso, che fissano il polo dominante e sono probabilmente la causa del primo modesto aumento dei residui di THD osservabili nel grafico THD/frequenza; il guadagno open loop è quindi alto e la controreazione a bassa frequenza consistente, pur quasi impossibile da quantificare. Da notare inoltre la presenza di un servo-integratore per abbattere l’offset in DC senza ricorrere a trimmer e l’impiego di un buffer a fet per il terminale invertente dell’ingresso bilanciato, onde offrire ai due lati dell’ingresso la stessa impedenza di carico.

Schema elettrico del Parasound Halo JC 1, stadi d’ingresso ed amplificazione in tensione. Basta un’occhiata per notare che lo schema è inusuale, non necessariamente innovativo (difficile poter usare questo termine a sessant’anni dall’invenzione del transistor) ma di sicuro originale e sostanzialmente diverso dalle strutture tipiche. Dopo un blandissimo passa-basso d’ingresso (con Ft a 2 MHz) il segnale viene applicato ad un circuito totalmente simmetrico con ingresso a doppio differenziale, implementato con dei jfet duali (i noti ed apprezzati Toshiba 2SJ109/2SK389), alimentati però non dai rami di alimentazione bensì connessi in serie tra loro mediante una resistenza da 47 ohm, che ne determina la polarizzazione. Le rispettive uscite sono caricate a cascode mediante mosfet e pilotano asimmetricamente un amplificatore di tensione pure a mosfet, connesso in una configurazione floating parzialmente assimilabile al gate comune, e quindi senza guadagno positivo di corrente. Il guadagno della cascata è quindi basso come corrente, ma non in termini di tensione, e non tanto perché i differenziali non sono reazionati localmente, quanto perché l’uscita dell’amplificatore in tensione vede come carico solo lo stadio finale (che ha ingresso a fet, ed è quindi enorme) e 10 picofarad di compensazione anticipatrice verso il sommatore d’ingresso, che fissano il polo dominante e sono probabilmente la causa del primo modesto aumento dei residui di THD osservabili nel grafico THD/frequenza; il guadagno open loop è quindi alto e la controreazione a bassa frequenza consistente, pur quasi impossibile da quantificare. Da notare inoltre la presenza di un servo-integratore per abbattere l’offset in DC senza ricorrere a trimmer e l’impiego di un buffer a fet per il terminale invertente dell’ingresso bilanciato, onde offrire ai due lati dell’ingresso la stessa impedenza di carico.

Gli elettrolitici sono stati scelti fondamentalmente per i loro bassi valori di resistenza serie equivalente ed assorbimento dielettrico, ma sono anche ovviamente coadiuvati da piccole capacità a dielettrico “nobile”, nel caso specifico il polipropilene. I dispositivi di potenza sono ovviamente numerosi e disposti per opposte polarità sulle opposte bancate, con i circuiti di pilotaggio collocati su quella di sinistra (rispetto al frontale). Si tratta di transistor bipolari, tra i più noti ed utilizzati in ambito audio in ragione delle loro ottime doti sia qualitative che quantitative: con una Vce di 230 volt sono infatti in grado di operare in amplificatori fino a 600/700 watt su 8 ohm, con frequenze di taglio dell’ordine dei 40 MHz.

Nel JC 1 ne vengono impiegate 9 coppie, per una capacità di corrente stazionaria massima dell’ordine di ±150 ampère, ed anche la loro caratteristica di secondo breakdown (un parametro legato alla capacità di pilotare in sicurezza carichi molto reattivi) è favorevole, pur non potendo superare quella d’un mosfet nella regione delle alte tensioni come stranamente viene indicato in un documento della Casa (che probabilmente si riferisce al valore medio della potenza dissipabile, ben maggiore in questi bjt rispetto alla quasi totalità dei mosfet). La componentistica è di livello molto buono, senza i lussi talora un po’ fine a se stessi tipici d’una certa produzione hi-end, ma chiaramente scelta bene in relazione alla funzione svolta da ogni singola parte. Anche l’ingegnerizzazione appare improntata alla stessa filosofia,  come si può evincere dalle foto dell’interno ove non si notano “trucchi” per nascondere i cablaggi.

Schema elettrico dello stadio di uscita. La composizione ibrida dello stadio d’ingresso prosegue in uscita, dato che i finali sono dei transistor bipolari pilotati da mosfet (2SK1530/2SJ201), con un moltiplicatore di Vbe simmetrico associato a due trimmer che regolano i due punti di lavoro selezionabili dall’utente. I finali sono 9 coppie di Sanken 2SC3264/2SA1295, con area operativa di sicurezza (SOAR) molto sostenuta fino a circa un centinaio di volt, che in queste quantità e grazie alla elevata potenza dissipabile massima (200 watt ciascuno) risultano competitivi rispetto ad un equivalente schema a mosfet. Come si può notare non sono limitati in corrente, e le protezioni elettroniche consistono semplicemente in un sensore corrente/tensione con costante di tempo, che in caso di grave sovraccarico si limita a disattivare il relè in serie agli altoparlanti.

Schema elettrico dello stadio di uscita. La composizione ibrida dello stadio d’ingresso prosegue in uscita, dato che i finali sono dei transistor bipolari pilotati da mosfet (2SK1530/2SJ201), con un moltiplicatore di Vbe simmetrico associato a due trimmer che regolano i due punti di lavoro selezionabili dall’utente. I finali sono 9 coppie di Sanken 2SC3264/2SA1295, con area operativa di sicurezza (SOAR) molto sostenuta fino a circa un centinaio di volt, che in queste quantità e grazie alla elevata potenza dissipabile massima (200 watt ciascuno) risultano competitivi rispetto ad un equivalente schema a mosfet. Come si può notare non sono limitati in corrente, e le protezioni elettroniche consistono semplicemente in un sensore corrente/tensione con costante di tempo, che in caso di grave sovraccarico si limita a disattivare il relè in serie agli altoparlanti.

Conclusioni

Se si desidera un amplificatore finale capace di grandi performance non solo in termini di accuratezza, ma anche quanto a capacità dinamica e facile interfacciabilità con praticamente qualsiasi sistema di altoparlanti, se non si ritiene che la ricerca della “purezza” anche estetica in ogni dettaglio costruttivo sia un elemento imprescindibile in ogni componente del proprio impianto hi-fi, allora il Parasound Halo JC 1 potrebbe certamente essere il finale “definitivo”. Di prestazioni ne ha da vendere, è progettato da tecnici con esperienza difficilmente superabile e costa sensibilmente meno di quanto occorre per acquistare componenti paragonabili di marchi più blasonati.
Fabrizio Montanucci

Le Misure

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Le curve di carico limite del Parasound chiariscono subito che il JC 1 non è solo un finale particolarmente potente, ma è anche particolarmente versato nel pilotaggio di carichi difficili, come indica una curva impulsiva quasi rettilinea (da 16 a 2 ohm la massima tensione indistorta cala solo del 7%) e tutta collocata nell’area delle potenze altissime, tanto da superare i 1000 watt per tutti i carichi minori di 4 ohm.

Con segnale continuo si nota l’effetto della pur piccola resistenza interna del trasformatore ed il tratto flette leggermente a sinistra, pur sempre giungendo a 1122 watt massimi su 2 ohm.

Le tritim servono fondamentalmente a verificare che quanto avviene su carico resistivo nel carico limite, in condizioni che solo altoparlanti particolari (isodinamici su tutti) possono ricreare, sia estensibile ai più comuni casi reali, laddove la fase dell’impedenza varia fino a superare talvolta i 60 gradi. Anche in questo caso il JC 1 non ha problemi e genera prospetti di tritim estesi ben oltre la potenza di targa, arrivando a potenze enormi (fino a 1524 watt su 4 ohm) ed a parimenti alte correnti di picco (±49 ampère sul carico capacitivo).

Se si aggiunge che l’impedenza interna è bassa (26 milliohm) e praticamente resistiva, che il rumore è molto contenuto, che lo slew rate è adeguato (seppur asimmetrico) e che i parametri di interfacciamento sono di tutta tranquillità, si comprende come il JC 1 dovrebbe essere un componente in grado di mettere d’accordo un po’ tutte le tipologie di audiofili.

Andamenti livello/distorsione su carico di 8 ohm, frequenza 1 kHz, 0 dB pari a 400 watt. A differenza di quanto normalmente avviene nei finali a stato solido, in questo Parasound la curva sale dalle potenze basse verso le alte, ed in modo praticamente rettilineo sul piano a doppia scala logaritmica: ciò significa che le piccole distorsioni del circuito crescono linearmente, ovvero sono strutturalmente semplici. La saturazione è peraltro netta,  a differenza di quanto avviene nei finali a bassa controreazione, e la differenza tra i due possibili livelli di corrente di riposo appare minima.

Andamenti livello/distorsione su carico di 8 ohm, frequenza 1 kHz, 0 dB pari a 400 watt. A differenza di quanto normalmente avviene nei finali a stato solido, in questo Parasound la curva sale dalle potenze basse verso le alte, ed in modo praticamente rettilineo sul piano a doppia scala logaritmica: ciò significa che le piccole distorsioni del circuito crescono linearmente, ovvero sono strutturalmente semplici. La saturazione è peraltro netta, a differenza di quanto avviene nei finali a bassa controreazione, e la differenza tra i due possibili livelli di corrente di riposo appare minima.

Andamenti frequenza/distorsione su carico di 8 ohm, potenze di prova 1, 10, 100 e 400 watt. Questo è un comportamento piuttosto insolito: la distorsione è bassissima all’estremo inferiore, sale sopra i 200 Hz per poi stabilizzarsi circa una decade al di sopra e poi salire di nuovo sulle altissime. Il valore massimo rimane comunque sempre contenuto entro lo 0.25%.

Andamenti frequenza/distorsione su carico di 8 ohm, potenze di prova 1, 10, 100 e 400 watt. Questo è un comportamento piuttosto insolito: la distorsione è bassissima all’estremo inferiore, sale sopra i 200 Hz per poi stabilizzarsi circa una decade al di sopra e poi salire di nuovo sulle altissime. Il valore massimo rimane comunque sempre contenuto entro lo 0.25%.

F. Montanucci

 

L’ascolto

Grandi e possenti questi finali Parasound hanno superato facendosi onore l’analisi tecnica condotta da Fabrizio Montanucci. Quando ci capita di far leggere le prove di AUDIOreview a personaggi del nostro settore di calibro internazionale, osserviamo sincera ammirazione. Un paio di settimane fa a Milano è toccato a Dave Wilson, il patron di Wilson Audio intervistato durante il Top Audio da Marco Benedetti e da me, a valutare con interesse, quasi direi con stupore, la recente prova delle Wilson Sophia su AR. È sin troppo facile rendersi conto come ben poche riviste effettuano test seri ed approfonditi sui prodotti hi-fi. Tanto le elettroniche quanto i sistemi di altoparlanti affrontano in TechniPress un giudizio che al di là di tante (eventualmente belle) parole non viene influenzato dallo stato d’animo del momento o dall’esperienza personale del recensore, necessariamente (come è giusto che sia) modellata sulla propria cultura e sensibilità. Nella loro efficacia ed obiettività, le misure ben eseguite e correttamente interpretate si prestano a fornire una solida base di partenza nella valutazione di un prodotto. Mi fa sempre piacere citare l’esempio di una rivista automobilistica, ben più famosa della nostra, la celebre “Quattroruote”, i cui testi risultano non soltanto godibili alla lettura, ma anche attendibili. Quel modo di fare giornalismo non mortifica la soggettività del giudizio del recensore, ma esalta la coerenza, l’analisi e, in ultimi, l’intelligenza del lettore.

Se per quanto riguarda i diffusori i dati di laboratorio (importanti sotto l’aspetto dell’estensione della risposta, distorsione, capacità di emissione) non possono in modo diretto fornire indizi (di per sé) sulla resa timbrica del sistema, con le elettroniche, pur con tutti i distinguo del caso, le prestazioni rilevate in laboratorio dicono molto sulle capacità di pilotaggio di un amplificatore. È il caso di questi massicci finali a stato solido della Parasound, in grado di erogare svariate centinaia di watt per canale con diversi tipi di carico, un comportamento di certo apprezzabile in ogni condizione d’impiego.

Qui in redazione li abbiamo ascoltati con le Revel, un sistema accurato e trasparente che trovate in prova in questo stesso numero, e con le “Serendipity” di Chario, il sistema che è ormai diventato un punto di riferimento. Sempre efficaci le doti come erogatori di corrente dei Parasound, per l’occasione abbinati al preamplificatore AM Audio AX 1 Reference.

Le Serendipity non si fanno strapazzare facilmente, apprezzano e fanno apprezzare una buona dose di corrente, come abbiamo visto nelle dimostrazioni al Top Audio in cui si destreggiavano con disinvoltura con potenze dell’ordine del chilowatt. Abbiamo potuto usare a fondo i Parasound, dando modo ai possenti doppi woofer in push-pull da 12 pollici di esprimersi appieno. Ancora una volta si apprezza il vantaggio di disporre di tanta energia, apprezzabile in termini musicali anche a livelli bassi d’ascolto. È il caso dell’estratto dall’“Apprendista Stregone” di Dukas presente nell’ormai storico CD “Guida alla Grande Orchestra”. La grancassa percossa in pianissimo, lo scandire profondo della prima ottava del controfagotto sembrano poca cosa, ma ascoltateli con un sistema del genere e cogliete il “respiro” di una vasta sala, il pulsare a bassa frequenza del grande strumento a percussione. La buona potenza garantisce la completezza delle frequenze più basse, ma anche il controllo dei tempi di decadimento. Ancora di più lascia cogliere la progressione dinamica verso un fortissimo dominato dagli ottoni e dalle percussioni, momenti orchestrali di notevole impegno che pochi possono affrontare senza rimanere senza fiato.

Per quanto riguarda il timbro possiamo evidenziare una tranquilla neutralità, equidistante dal calore tipico di certe realizzazioni a valvole, così come dalla spietata freddezza degli stato solido “iperdefiniti”. Un gradevole senso di equilibrio si apprezza a volumi moderati con i Concerti per pianoforte di Mozart (Schiff, Decca), nella corretta e garbata presentazione del gruppo di archi e con lo smalto vivo degli strumenti a fiato, così elegantemente impiegati dal genio salisburghese. Scorrevole il pianoforte, cura estrema nella resa dell’espressione, centrata in questo caso in una gamma media viva e palpitante di energia. Ci preme osservare che queste doti musicali non vengono compromesse nell’affrontare quel repertorio orchestrale che richiede energia, quando ad entrare in gioco sono le armoniche superiori emesse da un gruppo d’ottoni chiamato a dare il massimo e ogni componente del sistema viene sollecitato a fondo. C’è l’attacco imperioso e drammatico della Quinta di Mahler nella sentita lettura di Bernstein (Deutsche Grammophon), il possente coro punteggiato da timpani e grancassa nei “Carmina Burana” (SACD Telarc), persino il finale della “Sagra della Primavera” (che gli audiofili hanno mostrato di apprezzare nelle recenti giornate milanesi) dimostra qui i limiti delle possibilità espressive di un’orchestra di inizio Novecento, giunta al massimo del fulgore sonoro. In tutti questi casi (casi “difficili”, preclusi ai più) la potenza dei Parasound ha dimostrato non soltanto gli impressionanti dati di targa, ma, soprattutto, un carattere di notevole musicalità.

Dopo tutto questo, vi assicuro, il gioco con il jazz acustico e persino con il pop più esasperato è affrontato con raffinata disinvoltura, timbri corretti e punch realmente impressionante. Per non passare inosservati…

Marco Cicogna

 

da AUDIOreview n. 272 ottobre 2006


Parasound Halo JC 1

Amplificatore finale

Costruttore: Parasound Products, Inc., 950 Battery Street, San Francisco, CA 94111 (USA). Tel. 415-397-7100 – Fax 415-397-0144 – www.parasound.com
Distributore per l’Italia: Boston Italia, Via La Spezia 7, 20142 Milano. Tel. 02 89546943
Prezzo: Euro 5490,00

CARATTERISTICHE DICHIARATE DAL COSTRUTTORE

  • Potenza di uscita: 400 watt RMS su 8 ohm (20-20.000 Hz), 800 watt su 4 ohm, 1200 watt su 2 ohm.
  • Potenza in classe A: 10 o 25 watt RMS, selezionabile.
  • Capacità di corrente: 135 ampère di picco.
  • Slew Rate: 130 V/µs.
  • Risposta in frequenza: 2-120.000 Hz +0/-3 dB.
  • Distorsione armonica totale: <0,15% a piena potenza, <0,018% a normali livelli.
  • Distorsione di intermodulazione: <0,03%. TIM: non misurabile.
  • Margine dinamico: >1,8 dB.
  • Sensibilità: 1 volt per 28,28 volt in uscita (2 volt per 400 watt su 8 ohm).
  • Rapporto segnale/rumore: 122 dB IHF pesato A, bias basso, 120 dB IHF pesato A, bias alto.
  • Fattore di smorzamento: 1200 a 20 Hz.
  • Dimensioni (LxHxP): 45,1x194x50,8 cm.
  • Assorbimento: 250 watt riposo, 1280 watt a piena potenza su 4 ohm.
  • Peso netto: 27,3 kg

Author: Redazione

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