Teac A-BX10

Teac A-BX10

Teac A-BX10

Rischiamo seriamente di ripeterci con questo giapponese sui generis, sopra le righe, fuori dagli schemi, al di là dei canoni dell’omologa produzione delle isole del sole
rosso e delle tecnologie di domani e dopodomani. Sarebbe il caso, una volta ancora, forse una di troppo, di rispolverare per l’occasione la tiritera sulla cronica dicotomia del ruolo di criticoesploratore dei piccoli, in fondo minimali, a dispetto delle spesso sontuose e ridondanti parvenze, mondi altofedeli, cui la passione e forse la casualità hanno fatto in modo di legare a filo doppio i nostri destini e quelli degli altri illustri gestori di questo club. La miniscoperta domestica, il massimo del minimo d’un’avventura dal profilo già basso, s’imbosca dentro una scatola di cartone, sotto una protezione di polistirolo, tra le pieghe diafane d’un sacco di cellophane. Basta poco e ci sentiamo protagonisti. In genere è sufficiente l’inopinata rivelazione d’un suono in netta e vincente contrapposizione relativamente ai
valori formali e materiali dell’oggetto. Di pari passo ci stimola qualunque segnale d’inversione di tendenza, d’incoerenza, ovviamente positiva, rispetto alle consolidate prese di posizione, allo «scontato» del senso comune. La sovversione dello stato delle cose, l’agitazione della calma piatta possiedono poteri seduttivi incontrollati ed incontrollabili, la storia è là a confermarlo, ed il nostro intimo non si sottrae alla regola.

La premessa gioca senz’altro a nostro favore mentre vi starete chiedendo cosa diavolo ci faccia un amplificatore Teac proprio qui ad AUDIOclub. Non possiamo darvi
torto. In effetti la casa nipponica, stimatissima (anche tra i «prò» con il marchio Tascam) per i suoi sistemi di registrazione e, più recentemente, per un’eccellente genia di giradischi digitali, non ha mai brillato in fatto di amplificazioni ed affini, ed anzi, a volerla dir tutta, i suoi pochi svolgimenti del delicato tema hanno sempre viaggiato sotto il pelo della mediocrità e tra la generale (invero meritata) indifferenza della galassia audiofila. Ma i tempi trascorrono e mutano se stessi e quanto gravita loro at-torno, suscitando spesso imprevedibili sviluppi anche tra i simpatici tecnocrati jap, così presi a dispensare tecnologie in lungo ed in largo per il pianeta, vecchia Europa compresa, da non accorgersi che anima, prestigio e finanche solidi contributi tecnico-concettuali, potevano esser utilmente mutuati dall’immenso serbatoio del pensiero occidentale. Ecco allora consolidarsi sodalizi non molto tempo addietro ritenuti poco meno che improbabili. Con in testa l’industria automobilistica a tracciare una strada lastricata di sinergie con le omologhe realtà del Sol Levante, e quest’ultime a cercare, soprattutto nei partner europei, quella patina di credibilità, tradizione, carisma, se non esclusività, in frequente difetto alla pur tecnicamente irreprensibile produzione locale. Tutti gli altri ad adeguarsi, con la consequenziale infiorescenza di cordate, joint-venture, accordi commerciali e via patteggiando per il convulso accaparramento di nuovi spazi e bacini d’utenza.

Teac A-BX10, l'interno

Teac A-BX10, l’interno

Le ricadute le registriamo un po’ ovunque, audio compreso ovviamente. Ci stiamo abituando a tutto, ma siamo costretti a confessare che nel frangente Teac è riuscita a spiazzarci per più d’un attimo. Vi rammentate di Thule Audio? L’azienda danese a conduzione praticamente famigliare, fondata dal giovane e bravo ingegner Anders Thule e dalla gentile consorte Anne Holdt, le cui creazioni sono già passate su queste pagine (le recensioni dell’unità di conversione D/A DAC200 e del set d’amplificazione PR200 & PA200 potete trovarle ri-spettivamente sui nn. 137 e 141 di AR) raccogliendo unanimi consensi? Bene, che la memoria vi sostenga o meno, che ci crediate o no, il Golia giapponese stipula un patto di collaborazione con l’emergente Davide danese, ed il primo frutto dell’improbabile sodalizio s’incarna proprio in questo A-BX10: integrato d’elite, dall’espressione snob, dotato di buoni muscoli – 100 W/canale su 8 ohm – e vieppiù cervello. Pensata davvero furba di Teac che, grazie alla collaborazione del partner europeo, si ritrova per le mani un fior d’apparecchio, potenzialmente in grado di farne dimenticare l’imbarazzante passato, bagnando al contempo il naso anche ai più sofistici denigratori, messi con le spalle al muro dalla matrice incontestabilmente hi-end del progetto, il tutto condito, dulcis in fundo, da un prezzo da autentico jap. Bel colpo, naturalmente, anche per Thule e famiglia, la cui validità dell’approccio tecnico viene ad essere clamorosamente legittimata dalla scelta operata da un grande nome dell’elettronica audio.

Le forme e la sostanza dell’A-BX10 ne denunciano lealmente la duplice paternità.

La pelle è piuttosto fascinosa, la sabbiatura finissima del frontale, al velluto, tipicamente à la japonais e dunque impeccabile, evoca sottili giochi tattili. La versione in
nostro possesso sfoggia una finitura oro champagne niente pacchiana ed anzi decisamente chic (esiste comunque una più scontata versione «black» disponibile ad un paio di centoni in meno), peraltro adeguatamente sostenuta dalla saggia scelta dei rapporti dimensionali. La dotazione di comandi, d’apodittica minimalità, s’adegua alla sobrietà del disegno distribuendo si attraverso il pannello con una simmetria speculare che trova il suo equilibrio attorno al corposo controllo di volume. A sinistra ed a destra di quest’ultimo, in posizione sollevata, rispettivamente una manopola oscillante tra le eloquenti posizioni di «stand-by» ed «on» – affiancata dal led bicolore di conferma -, e un’identica manopola destinata alla selezione di una tra cinque sorgenti ad alto livello (uno delle quali può essere convertita in ingresso giradischi attraverso la scheda phono PA-B10 disponibile in opzione), a sovrastare infine un piccolo tasto, unico elemento di rottura dell’armonia geometrica, preposto al «monitor» del secondo registratore. Non vi nascondiamo che l’insieme ci piace un bel po’, trovando azzeccata assai l’idea del
«look» tuttomanopole, con elementi di eguale foggia ma diverse proporzioni, tor-niti nel pieno del metallo e dotati di corona circolare Cello-style. Il resto, a partire dalla solidissima struttura portante, alla componentistica, invero eccellente, all’architettura circuitale, fino al relativo layout palesa numerose affinità con le  realizzazioni Thule Audio. Intanto l’adozione d’una topologia intrinsecamente bilanciata, dall’ingresso all’uscita, con ingressi differenziali su connettori Cannon XLR, e bilanciatore elettronico ad op-amp (unici dispositivi integrati presenti sul percorso del segnale) per i segnali derivati dai tradizionali ingressi sbilanciati. Quindi l’impiego di un mode rato tasso di retroazione globale supportato da stadi intermedi intimamente caratterizzati da elevata linearità e larghezza di banda, quali ad esempio gli amplificatori di tensione configurati a cascode. Eppoi il concetto stesso di organizzazione interna, parzialmente legato a quello di utilizzo, esemplificato dalla totale rinuncia a dispositivi di selezione meccanica, qui sostituiti, analogamente a quanto già visto nelle macchine danesi, da un’opportuna logica di controllo ed un insieme di relais sigillati e collocati nelle immediate vicinanze degli ingressi – al pari dell’ottimo potenziometro del volume – onde ridurre al minimo il per corso del segnale. Infine l’intero gruppo d’alimentazione, ancora un déjà vu Thule, con il toroidale da 500 VA, i ponti di Graetz ad alta corrente e la quaterna di
elettrolitici Philips da 10000 pF a «cranio» a garantire una consona riserva energetica.

L’A-BXIO l’abbiamo ascoltato, con curiosità ed attenzione, affiancato ai nostri abituali «compagni» d’avventura: a monte il binomio digitale Pioneer PD9300/Lector
Digicode, a valle il sistema d’altoparlanti Sonus Faber Electa Amator. A legare il tutto i cavi di segnale Lector e quelli di potenza Monitor PC; immancabili gli smorzatori Q-Damper di ART.

L’incipit, al solito, tocca al valente «ensemble» dell’Orchestra da Camera del Festival di Brescia e Bergamo, preso nella virtuosistica riproposizione dei numerosi episodi Locatelliani contenuti nel nostro AUDIOrecords n. 5. Tanto vale dirlo subito, la «fascia» alta e medio-alta del Teac si connota per l’impostazione asciutta e precisa, brillante ed aperta, ma niente incline all’incedere fluido e zuccheroso. Sulle prime, a circuiti freddi, la caratterizzazione si sublima lasciandoci con la netta impressione d’un eloquio piuttosto impersonale, distaccato, a tratti gelido, con la macchina impegnata in un lavoro d’accurata analisi introspettiva, comunque sensibilmente distante dall’instaurazione del sottile, indispensabile collegamento con l’interlocutore umano, giocato sul filo delle suggestioni e del sapiente stimolo delle corde dell’intimo. Tuttavia col trascorrere dei minuti, e la conseguente, fisiologica stabilizzazione termica, anche i suoni di questo giapponese fanno decisamente innalzare la metaforica colonna di mercurio, stemperando la primitiva durezza dei tratti, assumendo fisionomie e toni nettamente più confidenziali. La mo rale, manco a dirlo, vien da sé: consigliata una consona fase di preriscaldamento ed anzi il mantenimento, a «macchine ferme», dello stato di stand-by.

Raccomandiamo peraltro anche un certo periodo di rodaggio, sia perché buona regola generale, e quindi repetita iuvant, sia perché nel frangente abbiamo registrato un non trascura bile affinamento prestazionale. Con l’ABX10 a regime, le «volute» disegnate dal compatto gruppo orchestrale si affrancano dalla residua  macchinosità riconfigurando si come la deliziosa sequenza di momenti sovente briosi, a tratti struggenti, che abbiamo imparato a conoscere ed amare.

Complice lo splendente acuto del «nippodanese» gli archi spiccano il volo verso punti di fuga distanti ed elevatissimi, tra scinandosi dietro una rutilante, ricchissima scia di armonici ad alta frequenza che satura l’ambiente e penetra nella pelle dispensando attimi di sincero trasporto. L’impasto, a dispetto della complessità, conserva in ogni caso i solidi attributi d’intelligibilità, rigore e semplicità d’esposizione che andiamo riconoscendo come lineamenti fondamentali della proposta Teac.

Il mutare dello scenario ovvero, nella fatti specie, il passaggio al «Ludus Danielis» (AUDIOrecords n. 2), nostro dramma li turgico per antonomasia, non trasfigura in
alcun modo le regole del gioco imposte dal nostro. Rinveniamo in effetti intatta quell’estrema linearità stilistica, tanto lontana da certo manierismo, nella riproposizione del tripudio di strumenti medioevali che contrassegna la traccia introduttiva, così come nell’antitetica folgorante deflagrazione di suoni contenuta nella decima «tappa» di questa straordinaria incisione.

Teac A-BX10, le connessioni

Teac A-BX10, le connessioni

Nel mezzo l’A-BXlO riesce a metter in mostra lucide riedizioni delle masse corali dove non facciamo sforzi ad isolare i contributi delle voci soliste, abilmente delineate nei contorni e nelle rispettive peculiarità tonali; così come la rappresentazione del complicato movimento scenico pare delineata con il necessario rigore formale. La contestualità ambientale, pur nell’irreprensibile solidità dell’immagine e nella sostanziale correttezza dei rapporti dimensionali degli elementi interni, si segnala per un caratteristico compattamento dell’insieme (con una più decisa compressione della profondità) tale da implicarne complessi vamente un lieve rimpicciolimento, senza tuttavia comprometterne la convincente mimesi dell’esperienza diretta. La commistione jazz-fusion di Bob Berg e dei suoi quattro navigati compari in «Cycles» (Denon), evidenzia vieppiù la sostanza cristallina dei registri superiori, con l’esibizione di un sax solista tirato a lucido e rifinito con mano puntigliosa dal bravo A-BX10. Nella circostanza, la macchina Teac sembra in grado di reggere tranquillamente il confronto nelle frequenti digressioni ad alta frequenza senza incappare in imbarazzanti disgregazioni del soggetto acustico e, ad ogni modo, ribadendo quell’aplomb da consumato «professionista» capace di valutare, districare e quindi riproporre in bell’ordine casistiche eterogenee ed oggettivamente complesse. Sul fronte opposto, il corposo tappeto ritmico ci offre abbondanti spunti di valutazione circa la consistenza di un grave cui, a conti fatti, ci sentiamo di tributare un sincero e commosso (ehhhhh!) plauso stanti l’assoluta
chiarezza di sviluppo delle linee tonali, una perentorietà del «freno» tale da non lasciar scampo a sbavature, una vitalità che pur se non coadiuvata da una profondità
da brivido riesce ugualmente a regalarci un rispettabilissimo schiaffo d’energia. Dagli schiaffi alle sferzate del «dark duro» dei Sisters of Mercy in «Vision Thing» (Merciful Release) il passo è breve dal punto di vista dell’impeccabile Teac. Chitarre d’assalto non senza una vena sofferente, voci gutturali che sbucano dall’oscurità, innesti hardrock, qualche stilema punk, concessioni melodiche quanto basta. L’intermediario elettronico reinterpreta tutto con raziocinio e nervi saldi, nondimeno facendo propri spirito e potenza dell’opera mettendo mano alla propria sensibilità ed alle cospicue risorse dinamiche, conducendoci con passo sicuro attraverso i suggestivi itinerari tracciati dalla band di Andrew Eldritch. L’HipHop colto, stilisticamente purissimo, in antitesi alle ruvidezze del gangsta rap, ma egualmente pregno d’attenzione per le più pressanti tematiche sociali, parto riuscito del piccolo Speech e dei suoi ben assortiti Arrested Development conclude la tornata
d’ascolti. «Zingalamaduni» (Chrysalis/ERG) è un appetitoso minestrone dei più essenziali ingredienti della cultura musica le afroamericana cui il dorato jap fornisce
consono sostegno con un’inopinata sensibilità ritmica. «Scratching», campionamenti di qualità, drum-machine, voci come strumenti a scandire il battere dei tempi: il Teac nella circostanza da il massimo. Nulla da dire, davvero. Dietro lo spiazzante «made in Denmark» che compare sul retro dell’ABX10 (e già, non ve l’avevamo ancora detto: per una volta è l’elettronica giapponese che trova realizzazione nel nostro continente e non viceversa) c’è dunque la giovanissima ma già solida reputazione tecnicocostruttiva del talentuoso Anders Thule e del suo degno entourage. Bene ha fatto la Teac ad accorgersi d’una realtà emergente di tale portata mutuandone, con palesi (reciproci) vantaggi, i criteri realizzativi. Per quanto ci riguarda, prendiamo con soddisfazione atto d’un sodalizio atipico, ma potenzialmente in grado d’esprimere, come del resto ha già fatto con l’A-BX10, frutti notevoli. Segnaliamo, ovviamente, l’oggetto all’attenzione di tutti coloro i quali sono in procinto di scegliere un integrato di qualità. Da oggi avranno un’alternativa e, naturalmente, un problema in più.
Alessandro Casalini

 

 

 

 

Amplificatore integrato Teac A-BX10
Prezzo: L. 3.000.000 finltura color oro; L. 2.785.000 finltura nera (listino 9/94).
Distributore per l’Italia: Teac Italia S.p.A. Via C. Cantò, 5 – 20092 – Cinisello Balsamo (MI).

Dalla rubrica AudioClub su AUDIOreview n. 145 gennaio 1995

Author: Redazione

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