Deep stereo – seconda parte

Nella prima puntata abbiamo illustrato cos’è il Deep Stereo e quali miglioramenti permette rispetto alla stereofonia tradizionale. Nel frattempo, per la precisione dal 22 gennaio 2007, è possibile scaricare dai nostri siti (www.audioreview.it, www.audiocarstereo.it) il programma dimostrativo che consente l’estrazione del canale centrale da un file stereofonico (di tipo MS-wav o di soli dati grezzi). Questa puntata avrebbe dovuto chiudere la descrizione, ma in corso d’opera ci siamo resi conto che non era possibile, e ne occorrerà una terza. Gli argomenti qui toccati riguardano il mantenimento dell’equilibrio timbrico ed i metodi per realizzare supporti a tre canali, ove trasferire i file ottenuti con il programma di estrazione. Segue poi un’ampia rassegna di pareri di ascolto, condotta da più componenti della redazione.

Il problema dei bassi

Nella puntata precedente si è accennato brevemente al fatto che l’estrazione del canale centrale e la conseguente riproduzione a tre canali può essere fonte di problemi timbrici e dinamici, che vanno considerati e gestiti. Il motivo è facile da comprendere laddove si tengano presenti questi elementi:

  1. Le frequenze più basse, grazie al fatto che in pratica non contengono informazioni direzionali, sono quasi sempre registrate in monofonia, perché in quell’area le capacità dinamiche degli altoparlanti scendono ai valori minimi. È piuttosto intuitivo che, ad esempio, una canna d’organo riprodotta da un solo canale metterebbe in crisi la sezione woofer coinvolta ben più che se la stessa pressione fosse ottenuta con ambo le sezioni. Nel secondo caso, poiché le lunghezze d’onda coinvolte sono molto grandi (a 100 Hz si hanno ad esempio circa 3.4 metri), le pressioni si sommano scalarmente (ovvero non è necessario considerare la fase delle singole componenti) e ciascun trasduttore dovrà emettere una pressione più bassa di 6 decibel rispetto al caso del canale unico, ovvero presenterà una escursione dimezzata ed assorbirà un quarto della potenza (in altre parole, tutto va come se l’efficienza di trasduzione complessiva aumentasse di 3 dB). Ne consegue direttamente che quando le basse sono del tutto monofoniche, la dinamica globale sale fino a 6 dB e la distorsione prodotta scende in modo netto.
  2. La stereofonia classica prevede due altoparlanti collocati su lati opposti, e tale disposizione, nella pratica totalità delle installazioni, coincide con una modesta distanza (da poche decine di cm ad 1-1.5 metri) dalle pareti laterali e da quella di fondo. Questo comporta un effetto di caricamento più o meno accentuato delle basse frequenze, con conseguente aumento di pressione.
  3. Quando i due canali di un sistema stereofonico riproducono insieme un medesimo segnale caratterizzato da un’ampia estensione spettrale, il “timbro” di questo, ovvero la sua risposta in frequenza, verrà alterata. Le basse frequenze si sommeranno infatti nel modo descritto al punto (1) ed aumenteranno di 6 dB, ma sulle frequenze più alte l’incertezza posizionale degli altoparlanti rispetto all’ascoltatore (ed altri effetti concomitanti) faranno sì che sia impossibile trascurare la differente fase di arrivo. Le condizioni limite sono due: una coppia di segnali di pari ampiezza che arrivano in fase si somma scalarmente e produce un segnale doppio, se all’opposto sussiste opposizione di fase (±180 gradi) si ha la cancellazione completa. Se invece la fase è casuale allora (semplificando un po’ i formalismi) la differenza di fase “media” è il valore medio tra le condizioni estreme, ovvero vale 90 gradi, e due segnali di pari ampiezza che si sommano con una fase relativa di 90 gradi generano un segnale a +3 dB rispetto a ciascuno di essi. In altre parole, un segnale musicale monofonico a largo spettro, riprodotto attraverso un normale impianto stereofonico ed in condizioni di ascolto “naturali”, viene timbricamente sbilanciato rispetto allo stesso segnale riprodotto da un altoparlante singolo: le componenti a bassa frequenza aumentano di 6 dB, quelle ad alta frequenza solo di 3 dB. Ovviamente, si può anche obiettare che in condizioni ideali ciò non avvenga: se sistemo gli altoparlanti con precisione millimetrica, dispongo millimetricamente e simmetricamente le mie orecchie sul piano mediano tra i diffusori, se questi ultimi sono perfettamente identici (il resto della catena può esserlo con relativa facilità) e se perfettamente simmetrico è anche l’ambiente, se sono tanto concentrato e paziente da non spostarmi mai durante l’ascolto, se simmetrica è la geometria del mio viso… beh, forse allora non sarò nella situazione migliore per godere della musica, però è possibile che anche la gamma alta salga di 6 dB. Per sapere se tutte queste condizioni limite sono soddisfatte basta riprodurre un brano monofonico ed invertire la fase degli altoparlanti: se ogni suono scompare, allora abbiamo allestito qualcosa che fino ad oggi forse nessuno ha mai ascoltato…

Se effettuiamo una estrazione “integrale” del canale centrale, per quanto appena detto, nella pratica totalità dei casi tutte le componenti a bassa frequenza verranno convogliate sul canale centrale. Di conseguenza accadrà questo:

  1. L’unica sezione woofer verrà pilotata, in prima approssimazione, con una potenza quadrupla rispetto a quella necessaria in stereofonia. Escursione e distorsione saliranno nettamente, così come la massima pressione si ridurrà. Siccome poi la componente monofonica dei segnali stereo è in genere anche la più potente, sul centrale si concentrerà gran parte dell’energia, e per esso occorrerà impiegare un amplificatore ben più potente rispetto ai laterali.
  2. Il minore caricamento acustico comporterà una minore efficienza, con conseguente necessità di aumentare ulteriormente il livello (tipicamente di 1-2 dB) ed ulteriore aggravamento degli stessi problemi precedenti.
  3. Il posizionamento centrale potrebbe innescare modi di risonanza ambientale sulle basse frequenze anche molto diversi da quelli propri del collocamento sui lati, e del tutto non previsti dal progettista dei diffusori.

Di tutti questi problemi, quello dell’incremento di livello per il centrale è di gran lunga il più grave perché per riallineare le basse, anche ipotizzando di non avere problemi di dinamica/distorsione/risonanze, la gamma media ed alta verrebbe aumentata della stessa quantità (mentre in stereo si saliva solo di 3-4 dB) e ciò si tradurrebbe immediatamente in uno squilibrio timbrico. Supponiamo ad esempio di dover esaltare le basse di 6+1 dB: rispetto alla stereofonia, le alte ed in parte le medie si troverebbero accentuate tra 3 e 4 dB; una quantità non accettabile.
Si potrebbe pensare di introdurre una equalizzazione: ma noi siamo audiofili, ed il primo assunto di tutto il Deep Stereo è che l’operazione sia conservativa, ovvero che la somma del centrale estratto e dei laterali risultanti dia nuovamente, bit per bit, il segnale originale [1].

[1] Questa condizione potrebbe in prima battuta apparire fondante ed invece, in sé, non significa assolutamente nulla. È infatti del tutto ovvio che se al segnale stereofonico d’ingresso sottraggo un’onda quadra e la uso come centrale otterrò qualcosa che ascoltato a tre canali sarà l’equivalente d’una tortura da regime totalitario, pure se il downmix darà di nuovo esattamente il segnale d’ingresso. Tra le condizioni al contorno da imporre per il corretto funzionamento del sistema occorre aggiungere – ma non solo – l’invarianza spettrale. L’algoritmo alla base del Deep Stereo ovviamente lo fa.

Esiste – mi pare – una sola possibile soluzione al problema: lasciare che le basse rimangano nei canali di origine, e di conseguenza “tagliare” il centrale con l’equivalente di un filtraggio passa-alto (detto per i non-tecnici, “che lascia passare tutte le frequenze al di sopra di un certo valore”). Valutazioni teoriche basate sulla direttività e sugli effetti di caricamento, passate però ampiamente al vaglio di valutazioni empiriche conseguenti a test di ascolto, hanno portato a determinare che il valore ottimale del taglio si colloca in media intorno ai 120 Hz, e deve essere relativamente ripido (18 dB per ottava pare una buona scelta). Il programma di estrazione (non però il demo gratuito) permette comunque di ottimizzare il taglio sia come frequenza (da nessun taglio a 216 Hz) che come pendenza (da 6 a 30 dB per ottava, con forma Butterworth).
A questo punto qualcuno obietterà “però, se taglio in frequenza il centrale estratto, introduco una alterazione della fase che nell’originale non c’era”. Assolutamente no: a differenza del mondo analogico, nei segnali digitali modulo e fase possono essere gestiti in modo del tutto indipendente, e nel nostro caso la stessa struttura matematica dell’algoritmo consentiva di introdurre un passa-alto a fase totalmente nulla in un punto dell’elaborazione tale da non dover neppure aumentare apprezzabilmente la quantità dei calcoli necessari. Tanto che, con o senza taglio passa-alto, la velocità di elaborazione è praticamente la stessa.
Di fatto, per sfruttare il Deep Stereo in modo ottimale bisogna includere il filtraggio passa-alto ed aumentare il livello di emissione del canale centrale tra 2 e 4 dB. In quasi tutte le combinazioni d’impianto testate, in redazione abbiamo optato per un aumento di soli 2 dB, che è minore di quello atteso in teoria (forse – ma è solo un’ipotesi – perché la maggiore focalizzazione rende più netto quel che sta al centro senza bisogno di un “aiuto” di livello). Giunti a questo punto c’è un ulteriore elemento che possiamo comprendere: in Deep Stereo l’equilibrio timbrico complessivo non potrà mai essere esattamente lo stesso che percepiamo con la stereofonia classica, anche se le differenze oggettive (non quelle percettive, che dipendono anche da altri fattori) sono in genere minori di 1 dB. Se infatti un suono monofonico viene riprodotto in stereofonia, anche da 120 Hz all’estremo superiore si verifica uno “squilibrio timbrico di somma” (seppur minore rispetto a quello osservabile estendendo il limite alle frequenze più basse), che invece è molto ridotto o totalmente assente in Deep Stereo. È anche lecito però sottolineare che questo è un ulteriore difetto della stereofonia tradizionale, e non della nuova tecnica.
Per capire un po’ meglio cosa avviene in un caso concreto, abbiamo comunque redatto un piccolo box con misure relative a varie condizioni.
Il fatto che sia opportuno non avere basse frequenze sul canale centrale si coniuga molto bene con le tipiche caratteristiche di risposta dei centrali per uso multicanale ed anche audio-video, che di rado sono dimensionati per scendere sotto gli 80 Hz. Ciò è casuale: è del tutto possibile impiegare questi sistemi con il Deep Stereo, ma dai nostri test di questi mesi risulta che un centrale identico ai laterali è in generale preferibile, e che in ogni caso la maggiore direttività propria dei centrali per audio-video non rappresenta un vantaggio. Qualche idea sul centrale “ottimale” per questa tecnica l’abbiamo, nel prossimo futuro cercheremo di metterla alla prova.

Il programma DEMO gratuito

Figura 1. Schermata del demo gratuito di Evocator, disponibile per il download sui nostri siti www.audioreview.it e www.audiocarstereo.it

Figura 1. Schermata del demo gratuito di Evocator, disponibile per il download sui nostri siti www.audioreview.it e www.audiocarstereo.it

Come accennato in apertura, dai nostri siti web è possibile scaricare il programma demo che realizza il Deep Stereo e che abbiamo chiamato “Evocator” (più che altro per un meccanismo di esclusione con altri nomi possibili ma già usati). La schermata è quella visibile in Figura 1, e dovrebbe essere abbastanza autoesplicativa: occorre definire un file stereo di ingresso, che può essere in formato Microsoft Wave (da sempre di gran lunga il più utilizzato, nonché quello tipicamente usato dai programmi di masterizzazione – come il diffusissimo Nero della Ahead Software – sia in fase di estrazione da CD audio che per l’inserzione in una compilation da masterizzare su CD-R) od anche in formato “grezzo”, fatto cioè di soli dati binari privi di header (con tipicamente l’estensione “raw” oppure “pcm”, ed un ordinamento di tipo “Intel 16 bit”, ovvero byte basso – byte alto). Ciò fatto, nel riquadro del file di uscita scrive automaticamente percorso e nome dei relativi file, aggiungendo convenzionalmente al nome d’ingresso i caratteri “-C” per il canale centrale e “-LR” oppure “-L / -R” a seconda che si sia scelto di avere in uscita un file unico per sinistro e destro oppure file distinti (una opzione utile in relazione al programma di authoring che vogliamo usare dopo). Nomi e percorsi sono anche editabili manualmente.
Nel riquadro inferiore (“Parametri di estrazione”) compaiono i parametri che nella versione non demo del programma saranno modificabili, e che in questa sono fissi, ma sui valori che in media abbiamo riscontrato essere ottimali nella gran parte delle circostanze; quelli relativi al taglio passa-alto del centrale sono discussi in questa puntata, degli altri ci occuperemo in futuro.
Ciò fatto, possiamo far partire l’elaborazione con il pulsante “Avvia estrazione”. Il demo è limitato in velocità (circa la metà della versione completa, che sarà disponibile dalla seconda metà di febbraio: allo stato dell’arte dei computer di inizio 2007, ciò significa che si può sfiorare il tempo reale) ed in lunghezza dei brani, nel senso che viene gestito e trascritto in output solo il primo minuto di segnale (per l’esattezza, i primi 2650000 campioni), ma per il resto il suo funzionamento corrisponde a quello della versione commerciale. A partire da qui non faremo quindi più differenza tra l’una e l’altra, ma non prima di dare un suggerimento a chi fosse pratico di editing audio con il PC e volesse a tutti i costi fare il Deep Stereo di un brano completo senza aspettare la versione commerciale. Si potrebbe intuitivamente supporre di dividere tale brano in sequenze da un minuto, trattarle e linkare i vari file così ottenuti: si può fare, ma tenendo presente che all’inizio ed alla fine di ogni elaborazione l’estrazione del centrale non è corretta per una durata pari ad alcuni decimi di secondo (considerando una Fs di 44.1 kHz). Questo è il tempo che occorre all’algoritmo per “capire” la struttura del segnale trattato ed operare in modo corretto.

Il trasferimento dei tre canali su un supporto masterizzabile

Allo stato attuale esistono due possibilità per realizzare un supporto standard a tre canali: il CD audio a codifica DTS ed il DVD-Audio. In questa sintetica carrellata vedremo in termini massimamente operativi come realizzarne, ovvero quali programmi e – molto sinteticamente – la pratica sequenza delle operazioni da svolgere. Non entreremo molto nei dettagli del “computerese”, ovvero daremo per acquisito che l’utente interessato possieda una sufficiente dimestichezza con i PC e l’ambiente Windows, altrimenti l’elenco delle indicazioni diventerebbe interminabile; come “consolazione” per chi fosse unicamente interessato ad una soluzione hardware, ovvero ad una “scatola” con una entrata stereo ed una uscita sinistro/centrale/destro, possiamo dire che stiamo lavorando anche a quella, con un ostacolo però abbastanza rilevante: la quantità di operazioni matematiche elementari necessaria per ottenere un solo secondo di segnale supera il miliardo, cui vanno aggiunte tutte le operazioni accessorie svolte dal programma.

La codifica DTS

La tecnica più semplice in assoluto prevede il ricorso a CD codificati DTS, sigla che sta per Digital Theater Systems, l’azienda che da vari anni a questa parte è in parte riuscita a contrastare il predominio praticamente assoluto di Dolby nell’ambito delle codifiche audio per i supporti audio-video. A tutt’oggi l’unico supporto multicanale solo audio davvero standard, tale cioè da poter essere utilizzato con qualsiasi player digitale connesso digitalmente ad un pre-decoder non troppo vetusto (orientativamente, tutti quelli non più vecchi di un lustro sono compatibili), è proprio il CD DTS.
Naturalmente, chi scrive avverte già le prime levate di scudi audiofili: “Orrore: sta cercando di suggerirci un sistema a compressione percettuale. Questo è davvero troppo!”. È vero, la codifica DTS comprime percettualmente i suoni per poter far entrare fino a 5.1 canali a 16 bit nel normale stream di un compact disc (1.4 megabit/s), ma, anche a prescindere dal fatto che in ambito audio-video la sua qualità è da sempre tenuta in considerazione molto maggiore del diretto concorrente, mai e poi mai avremmo ipotizzato la sua adozione se non dopo prove molto estese sia di ascolto che tecniche. Le prime sono ovviamente soggettive e possono essere effettuate da chiunque sia pratico di PC e disponga di un buon impianto audio. Le seconde possiamo invece riportarle noi, facendo riferimento alla sequenza delle figure da 2 a 8.

Figura 2. Spettro di un segnale multitono da 40 sinusoidi equipotenti ed equispaziate in frequenza (500 Hz), usato per testare la bontà dell’encoder software DTS.

Figura 2. Spettro di un segnale multitono da 40 sinusoidi equipotenti ed equispaziate in frequenza (500 Hz), usato per testare la bontà dell’encoder software DTS.

Abbiamo cercato di mettere alla corda l’encoder software DTS creando un segnale di riferimento facile da valutare, ovvero una sequenza di 40 sinusoidi equipotenti ed equispaziate da 500 a 20000 Hz, il cui spettro compare in Figura 2. Lo abbiamo quindi passato al codificatore sul canale frontale sinistro, associando progressivamente agli altri canali a banda piena (il canale del sub non cambia nulla: campiona a circa 130 Hz e trasporta pochissima informazione) un segnale “terribile” dal punto di vista del sistema di discriminazione del contenuto informativo: un rumore rosa, a canali indipendenti. Con un segnale del genere non c’è possibilità di sopprimere bande intermedie o dosare in maniera mirata i bit disponibili, al più si può eventualmente restringere il limite superiore in frequenza.

Figura 3. Spettro del segnale di prova dopo la compressione DTS. Segnale inserito nel canale frontale sinistro, nessun segnale assegnato agli altri canali.

Figura 3. Spettro del segnale di prova dopo la compressione DTS. Segnale inserito nel canale frontale sinistro, nessun segnale assegnato agli altri canali.

In Figura 3 vediamo lo spettro del segnale dopo la codifica e la decodifica DTS, ma senza rumore rosa inserito sui rimanenti 5 canali: non sarebbe illecito parlare di sostanziale “lossless”, visto che le uniche differenze tra originale e codificato sono piccole spurie la più potente delle quali giace a -70 dB dal valore di ciascuna sinusoide (vale a dire a -86 dB dal segnale utile complessivo).

Figura 4. Come Figura 3, ma rumore rosa assegnato al canale frontale destro.

Figura 4. Come Figura 3, ma rumore rosa assegnato al canale frontale destro.

Figura 5. Come Figura 3, ma rumore rosa assegnato al canale frontale destro e al centrale.

Figura 5. Come Figura 3, ma rumore rosa assegnato al canale frontale destro e al centrale.

Nelle Figure da 4 a 7 vengono coinvolti altri canali e l’effetto della compressione si fa vedere in modo progressivo con l’aumento selettivo del rumore di quantizzazione, che privilegia comunque le frequenza inferiori a 3500 Hz; la banda passante invece non viene mai toccata.

Figura 6. Come Figura 3, ma rumore rosa assegnato al canale frontale destro, al centrale e al posteriore sinistro.

Figura 6. Come Figura 3, ma rumore rosa assegnato al canale frontale destro, al centrale e al posteriore sinistro.

Figura 7. Come Figura 3, ma rumore rosa assegnato al canale frontale destro, al centrale, e ad ambo i posteriori.

Figura 7. Come Figura 3, ma rumore rosa assegnato al canale frontale destro, al centrale, e ad ambo i posteriori.

Per avere un’idea dell’efficienza della codifica DTS in termini di qualità, possiamo paragonare la Figura 7 (multitono più 4 canali con rumore rosa) con la Figura 8, relativa alla codifica MP3 stereo più “estrema” possibile, quella con un bitrate costante di 320 kbit/s: non c’è proprio confronto.

Figura 8. Verifica della compressione MP3 di massima qualità (bitrate fisso a 320 kb/s). Spettro del segnale di prova, assegnato al canale sinistro, con rumore rosa assegnato al canale destro.

Figura 8. Verifica della compressione MP3 di massima qualità (bitrate fisso a 320 kb/s). Spettro del segnale di prova, assegnato al canale sinistro, con rumore rosa assegnato al canale destro.

A queste misure, si possono aggiungere un paio di annotazioni interessanti:

  1. Se il segnale da comprimere non è un rumore, ma un segnale musicale di normale complessità, la compressione DTS si dimostra non lontana dal “lossless” anche con 2 canali. Con 3 canali si osserva un apprezzabile aumento della grana di quantizzazione, ma va notato che il terzo canale del Deep Stereo non aggiunge altre informazioni al segnale stereo d’ingresso, limitandosi a separarle. In una strategia che “pesa” il contenuto informativo totale ed assegna di conseguenza i descrittori d’informazione ad ogni singolo canale, come appunto fa il sistema DTS, ciò aumenta ulteriormente la qualità della codifica.
  2. Se ci si “diverte” a codificare e decodificare un segnale per poi sottrarre, byte a byte, il risultato dall’originale, si ha la possibilità di ascoltare direttamente l’effetto della compressione. Con la compressione MP3 si ascolta una sorta di rumore bianco con sovrapposto il segnale d’ingresso, timbricamente molto sbilanciato verso le alte frequenze. Con la compressione DTS il residuo è molto più piccolo e timbricamente equilibrato, ed in molti casi pare derivare da una minima differenza di livello globale tra entrata ed uscita.

Esiste oggi un solo encoder software per creare file wave a codifica DTS da incidere su di un CD-rom in formato CD audio, ed è il SurCode CD DTS della Minnetonka Audio Software (www.MinnetonkaAudio.com). Una volta lanciato (Fig. 9) basta inserire nelle sole 3 caselle che a noi interessano (Left Front, Right Front, Center) i rispettivi file ottenuti con Evocator (che in questo caso andrà settato per generare 3 file distinti, e non sinistro/destro accoppiati). Dopo aver codificato in DTS (ma con estensione .wav: non tutti i programmi di masterizzazione accettano estensioni diverse) i brani che ci interessano, potremo creare un CD audio con qualsiasi programma di masterizzazione.

Figura 9. Il programma di codifica DTS software per la realizzazione di CD DTS multicanale.

Figura 9. Il programma di codifica DTS software per la realizzazione di CD DTS multicanale.

Attenzione: la codifica DTS può essere utilizzata solo con macchine in grado di interpretarla, ovvero player digitali con decoder DTS ed uscita analogica multicanale oppure pre-decoder o ricevitori multicanale interfacciati digitalmente con la sorgente. In tutti gli altri casi si udirebbe solo una sorta di rumore modulato, molto pericoloso per i tweeter in quanto fortemente ricco di alte frequenze.

Il DVD-Audio

Il DVD-Audio è oggi l’unico supporto che consente il multicanale totalmente lossless attraverso masterizzazione di supporti standard, ovvero DVD-rom. È anche il supporto di gran lunga più capiente (fino a 5 ore di musica nel formato a 3 canali con word 16 bit / 44100 Hz) è come unico “difetto” ha quello di essere meno diffuso rispetto ai sistemi in grado di leggere CD DTS, nonché un po’ meno comodo da utilizzare in relazione all’impiego di subwoofer. A differenza del CD DTS, per realizzare il quale basta codificare i singoli brani e metterli in sequenza in un programma di masterizzazione, il DVD-Audio, dato che lo standard mette a disposizione una quantità enorme di possibilità, richiede un programma di “authoring”, ovvero di costruire un minimo di “struttura” del DVD. Niente paura, però: sono sequenze di operazioni abbastanza semplici (sempre, come preannunciato, per chi mastica un po’ di “computerese”), e specie se i primi tentativi vengono fatti con DVD riscrivibili non si corre il rischio di buttare dei supporti (peraltro oggi del tutto economici) prima di acquisire l’abilità necessaria. Va anche detto che i software di authoring che stiamo per citare gestiscono direttamente anche il masterizzatore DVD, ovvero non richiedono altri applicativi per ottenere un DVD-A finito.
I principali programmi per realizzare DVD-A multicanale sono 3, ovvero:

  1. WaveLab della Steinberg Media Technologies (www.steinberg.net), a partire dalla versione 5 (provata alcuni anni or sono su AUDIOreview).
  2. discWelder BRONZE della già citata Minnetonka. Ci sarebbe anche la versione CHROME, che però costa circa 25 volte di più, essendo l’unica oggi esistente a livello consumer in grado di realizzare DVD-A con la compressione MLP (necessaria nei formati che farebbero superare un bitrate di 9.8 megabit/s, ma per noi superflua dato che ce ne bastano 2.12).
  3. DVD-Audio Solo della Cirlinca (www.cirlinca.com). È di gran lunga il più conveniente, ma anche l’unico che non abbiamo esaminato.

Tra i primi due, il più semplice da usare è probabilmente il Minnetonka, ma anche WaveLab è semplice, una volta che se ne sia compresa la logica di funzionamento, ed inoltre è di gran lunga più veloce nello sviluppo del DVD-A. Per dare un’idea delle operazioni da svolgere descriviamo in un box quali passaggi occorrono con WaveLab 5.

Costi

Con riferimenti ai dati forniti nei rispettivi siti, il Minnetonka SurCode CD DTS costa oggi meno di 100 dollari, e lo stesso vale per il discWelder BRONZE. DVD-Audio solo costa meno di 40 dollari e consente di realizzare 5 DVD di prova prima di pretendere l’inserimento della licenza. WaveLab 6 è il più costoso, aggirandosi intorno ai 550 dollari, ma va ricordato che si tratta di un pacchetto completo, tra i più potenti ed efficienti software per l’editing audio oggi disponibili. Se non si dispone proprio di un PC con masterizzatore DVD e software di base in bundle (ma in quel caso probabilmente non si hanno neppure le competenze indispensabili per lavorarci) e se ne deve acquistare uno, occorre stanziare un minimo di circa 500 euro. Considerando che il nostro Evocator costerà circa 40 euro, per tentare di fare esperimenti con il Deep Stereo, nell’ipotesi peggiore, occorrono circa 700 euro.

Fabrizio Montanucci

Author: Redazione

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