La localizzazione delle sorgenti sonore (seconda parte)

Riprendiamo il nostro viaggio nell’affascinante mondo della percezione sonora, analizzando il comportamento dell’orecchio umano nella localizzazione della direzione di provenienza dei suoni.
Descriveremo inoltre alcuni sistemi elettroacustici che tentano di «ingannare» l’udito modificando ed ampliando così la scena sonora da essi ricreata (*)

2. Localizzazione dei suoni

Il riconoscimento della direzione di provenienza di un suono dipende da vari meccanismi più o meno complessi. Fissata la posizione del l’ascoltatore, quella della sorgente sonora è completamente determinata dalla conoscenza di tre grandezze: angolo sul piano orizzontale, angolo sul piano verticale e distanza (fig. 1).

Figura 1 - Fissata la posizione dell'ascoltato re, quella della sorgente sonora è completa mente determinata dalla conoscenza di tre grandezze: angolo sul piano orizzontale, angolo sul piano verticale e distanza.

Figura 1 – Fissata la posizione dell’ascoltatore, quella della sorgente sonora è completa
mente determinata dalla conoscenza di tre grandezze: angolo sul piano orizzontale, angolo sul piano verticale e distanza.

Per localizzare un suono sia sul piano orizzontale che su quello verticale l’udito riconosce ed elabora le differenze presenti nei segnali in arrivo alle due orecchie. Si tratta quindi sempre di un processo binaurale, cioè che coinvolge entrambe i recettori uditivi.

2.7. Localizzazione orizzontale

Consideriamo la disposizione presentata nella figura 2. Al centro dell’ambiente di ascolto la nostra testa, mentre un altoparlante, posto davanti a noi, spostato verso la nostra destra emette delle onde sonore. Dall’analisi della figura possiamo vedere che il suono emesso dal trasduttore raggiunge entrambe le orecchie, con diverse intensità, e percorrendo cammini differenti d, e d2.

Figura 2 - II suono emesso da un trasduttore, posto frontal mente all'ascolta tore, raggiunge en trambe le orecchie, con diverse intensità e percorrendo cammini dif ferenti d, e d2.

Figura 2 – Il suono emesso da un trasduttore, posto frontalmente all’ascoltatore, raggiunge entrambe le orecchie,
con diverse intensità e percorrendo cammini differenti d1 e d2.

Questo comporta che il segnale arriverà dapprima all’orecchio destro, che è più vicino alla sorgente, quindi a quello sinistro, cioè giungerà alle due orecchie in tempi diversi. Ciò causa una differenza interaurale di tempo che dipende dalla posizione della sorgente rispetto all’ascoltatore. Se la sorgente si trova proprio sul piano mediano, cioè con angolazione orizzontale nulla, la differenza interaurale di tempo sarà uguale a zero, mentre sarà massima quando la sorgente si trova sulla linea che congiunge le due orecchie. Assumendo la velocità del suono nell’aria pari a 340 m/sec. e considerando che la dimensione media del cranio è di circa 15 cm si ha che la differenza di tempo varia tra 0 e 440 microsecondi. Da questa differenza di tempo con la quale lo stimolo sonoro arriva alle due orecchie deriva anche una differenza di fase delle onde sonore, in presenza di suoni periodici continui. L’orecchio è in grado di riconoscere questa differenza di fase solo, però, per quelle frequenze che hanno una lunghezza d’onda maggiore della distanza che separa le orecchie, e quindi fino a circa 2300 Hz. Per suoni di  frequenza superiore la testa inizia a comportarsi come un ostacolo per la propagazione delle onde sonore. Questo fa sì che l’intensità all’orecchio più vicino aumenti rispetto a quella che si avrebbe se non vi fosse la testa, mentre quella all’orecchio più lontano, essendo schermata da essa, diminuisca.

2.2. Localizzazione verticale

Abbiamo appena visto come la localizzazione delle sorgenti sonore sul piano orizzontale è influenzata principalmente dalle differenze dell’intensità e del tempo di arrivo del segnale alle due orecchie dell’osservatore. Per le sorgenti poste sul piano verticale, la localizzazione è influenzata principalmente dalle irregolarità del padiglione auricolare. Infatti, occludendo progressivamente le cavità presenti su di esso, è stato mostrato che la capacità di localizzazione diminuisce (6). Inoltre possiamo notare che mentre una sorgente posta, al centro, davanti all’ascoltatore, produce dei segnali alle due
orecchie che sono uguali in intensità, fase e tempo di arrivo, una sorgente posta dietro all’ascoltatore, al centro, produce segnali uguali alle due orecchie dell’ascoltatore ma viene correttamente localizzata posteriormente. Recenti studi (8) (10) (11) hanno portato alla conclusione che le informazioni addizionali di cui l’orecchio ha bisogno per localizzare una sorgente sonora sul piano verticale, e posteriormente all’ascoltatore, sono fornite dalle riflessioni del suono incidente sulle convoluzioni del padiglione auricolare.

Figura 3 - Conformazione del padiglione auricolare dell'uomo.

Figura 3 – Conformazione del padiglione auricolare dell’uomo.

Vediamo in figura 3 la forma del padiglione auricolare dell’uomo. La depressione più grande si chiama conca. Si può notare che la conca è posta asimmetrica mente rispetto all’apertura del condotto uditivo. Questo suggerisce che questa depressione sia disposta in modo tale che ogni cambiamento dell’angolo di incidenza del suono si manifesti come un cambiamento del tempo di riflessione dello stesso. Infatti se varia l’angolo della sorgente sonora rispetto al padiglione, muta anche la distanza tra il canale uditivo e la prima superficie riflettente. Con riferimento alla figura 4 possiamo vedere come la prima principale riflessione è generata dalla parte superiore della conca che è distante circa 13 mm dal canale uditivo.

Figura 4 - II suono in arrivo all'orecchio viene riflesso dalla parte posteriore della conca. A causa della geometria di quest'ul tima, man mano che l'angolazione vertica le della sorgente sonora cresce la geome tria del padiglione auricolare fa sì che il ritardo di percezione del suono riflesso sia sempre più piccolo.

Figura 4 – Il suono in arrivo all’orecchio viene riflesso dalla parte posteriore della conca. A causa della geometria di quest’ultima, man mano che l’angolazione verticale della sorgente sonora cresce la geometria del padiglione auricolare fa sì che il ritardo di percezione del suono riflesso sia sempre più piccolo.

La differenza di percorso tra il segnale diretto e quello riflesso è quindi di circa 26 mm e questo genera un ritardo di circa 76 μsec. A causa di questo ritardo, si ha nel dominio della frequenza un filtraggio a pettine (vedi fig. 5) che in questo caso genera due minimi, uno (1/2t) tra 6 e 7 kHz e l’altro (3/2t) tra 18 e 20 kHz, visibile in figura 6a.

Figura 5 - L'inviluppo dello spettro di due impulsi sonori, separati da un certo tempo t, è caratterizzato, nel dominio della fre quenza, da una serie di minimi posti a distanza n!2t.

Figura 5 – L’inviluppo dello spettro di due impulsi sonori, separati da un certo tempo
t, è caratterizzato, nel dominio della frequenza, da una serie di minimi posti a distanza n/2t.

Se la sorgente viene innalzata, cambia di conseguenza il tempo di riflessione. In figura 4 si può vedere che quando la sorgente è ad una altezza maggiore di quella dell’orecchio, la riflessione principale viene dall’anti-trago, distante circa 6 mm dal canale uditivo. In questo caso la differenza di percorso di 12 mm genera un ritardo di circa 35 μsec.

Figura 6

Figura 6

Questo ritardo crea un minimo dello spettro attorno ai 14 kHz ed un altro a circa 43 kHz, quindi fuori dal campo uditivo (fig. 6b). Man mano che l’angolazione verticale della sorgente sonora cresce, la geometria del padiglione auricolare fa sì che il tempo di riflessione del suono sia sempre più piccolo. Di conseguenza i minimi dello spettro si spostano sempre di più verso le alte frequenze. Il perché si parla sempre di modificazioni dello spettro del suono effettuate dalle riflessioni è presto detto. In tutti gli studi condotti si è sempre messo in evidenza come la capacità di localizzazione, sia verticale che orizzontale, del suono diminuisce se si usano per i test dei segnali sinusoidali continui, mentre aumenta se vengono utilizzati dei segnali complessi. Questo suggerisce che l’udito sia più sensibile alle modificazioni dello spettro che alle differenze nei tempi di arrivo del segnale.

2.3. La riproduzione binaurale

Nella tecnica di ripresa binaurale, come già saprete, vengono impiegati due microfoni, posti in corrispondenza dei padiglioni auricolari di un signore così paziente da rimanere immobile per tutta la durata della registrazione su una «testa artificiale», cioè su di un manichino che riproduce la forma e le proprietà acustiche di una testa umana, in corrispondenza delle orecchie (fig. 7). In questo modo ad ogni microfono giungono i suoni che sono stati già
elaborati dalla testa e dai padiglioni auricolari.

Figura 7 - Microfono bìnaurale Sennheiser MKE 2002 montato su una testa artificiale.

Figura 7 – Microfono bìnaurale Sennheiser MKE 2002 montato su una testa artificiale.

Questi suoni, riprodotti poi da una cuffia, rendono l’ascolto di una notevole verosimiglianza all’originale e questo sistema è l’unico ancora oggi che può fornire delle sensazioni uditive più simili alla realtà. Purtroppo la scarsa propensione, da parte degli ascoltatori, all’ascolto in cuffia, ne limita l’applicazione di questa tecnica a casi particolari, ove non si cerchi di ottenere un risultato comunque accettabile anche nella riproduzione attraverso diffusori.

2.4. Gli altoparlanti

In figura 8 possiamo vedere una classica disposizione di due diffusori acustici in un tipico ambiente di ascolto. Supponiamo ora di voler riprodurre con questo sistema stereofonico una sorgente localizzata al centro della scena sonora. Per raggiungere tale scopo basterà far emettere ad ogni altoparlante la stessa intensità sonora. Infatti, se l’ascoltatore si trova esattamente al centro tra i due trasduttori, la differenza interaurale di tempo di arrivo sarà nulla
ed esso localizzerà correttamente la sorgente sonora al centro. Ma mentre nella realtà l’ascoltatore è raggiunto da due stimoli diversi, quello all’orecchio destro e quello all’orecchio sinistro, nel caso del suono riprodotto da due trasduttori distinti l’ascoltatore è raggiunto da ben quattro stimoli: ogni orecchio sente infatti il suono dell’altoparlante più vicino e dopo un certo ritardo (dell’ordine dei microsecondi), il suono dell’altoparlante più lontano.

Figura 8 - Durante la percezione di un suono generato da una sorgente sonora, nella realtà l'ascoltatore è raggiunto da due stimoli diversi, quello all'orecchio destro e quello all'orecchio sinistro. Nel caso di suono riprodotto da due trasduttori distinti l'ascoltatore è raggiunto da ben quattro stimoli.

Figura 8 – Durante la percezione di un suono generato da una sorgente sonora, nella realtà l’ascoltatore è raggiunto da due stimoli diversi, quello all’orecchio destro e quello all’orecchio sinistro. Nel caso di suono riprodotto da due trasduttori distinti l’ascoltatore è raggiunto da ben quattro stimoli.

Questo fenomeno, che può considerarsi indesiderato in quanto crea una deformazione dell’immagine stereofonica, è detto «diafonia interaurale». Molti costruttori di altoparlanti e di elettroni che ritengono che questo fenomeno sia il principale responsabile della limitazione della prospettiva stereofonica all’interno della posizione occupata dagli altoparlanti. Per questo sono nati diversi sistemi elettronici o elettroacustici che si propongono di ridurre o addirittura eliminare la diafonia interaurale del sistema di produzione.

2.5. Elaboratori di immagine sonora

Primo, in ordine di tempo, in questa carrellata tra gli elaboratori elettronici del campo sonoro è senza dubbio il «Sonic Hologram Generator Model C-9» di Bob Carver (16). Questo apparecchio, rivoluzionario per il suo tempo (1984) non fa altro che ridurre la diafonia interaurale miscelando al contenuto di ogni canale stereoifonico, un segnale di cancellazione della diafonia interaurale, ottenuto prendendo il contenuto dell’altro canale opportunamente filtrato, ritardato ed invertito di fase (fig. 9).

Figura 9 - Schema a blocchi del generatore di ologramma sonoro di Bob Carver.

Figura 9 – Schema a blocchi del generatore di ologramma sonoro di Bob Carver.

In questo modo, regolando il livello ed il tempo di ritardo dei segnali di cancellazione si riesce ad ampliare artificialmente la scena sonora in modo che alcuni strumenti sembrino provenire addirittura da posizioni esterne al fronte definito dalla disposizione degli altoparlanti. Il generatore di olografia sonora di Carver tiene conto, nella ricostruzione dei segnali di cancellazione, anche dell’effetto di mascheramento spettrale generato dal volto dell’ascoltatore.

ESB serie 7

Questi sistemi di altoparlanti sono nati (1981) con il preciso scopo di accrescere il realismo della riproduzione, basandosi soprattutto sull’invarianza della sensazione di ascolto con la posizione dell’ascoltatore e su una convincente dimensione verticale della scena acustica. Per raggiungere tali scopi, ogni diffusore ha una dispersione in funzione della frequenza che è modellata per compensare la variazione di livello e di tempo di arrivo del suono diretto che causa normalmente la distorsione prospettica della scena acustica. Infatti, per un sistema di altoparlanti convenzionale, ad ogni spostamento dell’ascoltatore si ha, oltre che una distorsione timbrica dovuta proprio alla limitata dispersione dei trasduttori, anche una distorsione prospettica, cioè la scena sonora tende ad ammassarsi presso il diffusore più vicino. In pratica, il livello di emissione di ciascuna delle due casse varia in maniera da essere massimo verso la posizione più lontana della zona di ascolto, e minimo verso la zona più vicina. Per ottenere un effetto  tridimensionale più realistico, la compensazione è differente alle diverse frequenze, in modo da ricreare una corretta sensazione di profondità della scena acustica.

Figura 10 - I sistemi di altoparlanti ESB della serie 7, che adottano il sistema DSR, prevedono di distri buire in senso verticale lo spettro audio in funzione dell'angolo di ri cezione. Il risultato è una scena acu stica dotata di una realistica dimen sione verticale, entro la quale risulta più agevole distinguere le varie sor genti musicali. Si sfrutta infatti il principio del «cocktail party effect», secondo il quale, l'orecchio umano è capace di distinguere ed isolare un suono dagli altri se questo proviene da una specifica direzione, proprio come quando si concentra l'attenzio ne sulla voce di una persona che parla in una stanza affollata. Nei diffusori della serie 7 le distanze fra gli altoparlanti sono calcolate per distribuire le zone di emissione sul l'asse verticale, in modo che a se gnali con contenuto spettrale diffe rente corrispondano zone di emis sione diverse. In questo modo si restituisce al sistema uditivo la possi bilità di selezionare ed analizzare il particolare suono desiderato, sia utilizzando le differenze dì spettro che di posizione.

Figura 10 – I sistemi di altoparlanti ESB della serie 7, che adottano il sistema DSR, prevedono di distribuire in senso verticale lo spettro audio in funzione dell’angolo di ricezione. Il risultato è una scena acustica dotata di una realistica dimensione verticale, entro la quale risulta più agevole distinguere le varie sorgenti musicali. Si sfrutta infatti il principio del «cocktail party effect», secondo il quale, l’orecchio umano è capace di distinguere ed isolare un suono dagli altri se questo proviene da una specifica direzione, proprio come quando si concentra l’attenzione sulla voce di una persona che parla in una stanza affollata. Nei diffusori della serie 7 le distanze fra gli altoparlanti sono calcolate per distribuire le zone di emissione sull’asse verticale, in modo che a segnali con contenuto spettrale differente corrispondano zone di emissione diverse. In questo modo si restituisce al sistema uditivo la possibilità di selezionare ed analizzare il particolare suono desiderato, sia utilizzando le differenze dì spettro che di posizione.

Al fine di ricostruire la dimensione verticale della scena sonora l’emissione delle diverse frequenze dello spettro avviene senza soluzione di continuità da quote diverse. Così uno strumento caratterizzato da una prevalenza di note alte e medio-alte sarà posizionato dal sistema più in alto di un altro strumento il cui spettro di emissione si estenda più verso le frequenze medie e basse.

Figura 11 - II sistema DSR prevede di distri buire in senso orizzontale, ed in modo non convenzionale, lo spettro audio in funzione dell'angolo di emissione. Con questa tecnica, unita alla distribuzione dello spettro anche sul piano verticale, la prospettiva e la timbrica della scena acustica permangono invariate per qualsiasi posizione di ascolto.

Figura 11 – Il sistema DSR prevede di distribuire in senso orizzontale, ed in modo non convenzionale, lo spettro audio in funzione dell’angolo di emissione. Con questa tecnica, unita alla distribuzione dello spettro anche sul piano verticale, la prospettiva e la timbrica della scena acustica permangono invariate per qualsiasi posizione di ascolto.

DBX Soundfield One

Figura 12 - II sistema di diffusione dbx Soundfield One.

Figura 12 – II sistema di diffusione dbx Soundfield One.

Questi sistemi di altoparlanti, presentati nel 1984, seguono una filosofia simile a quella propria della serie 7 ESB, anche se sviluppata autonomamente. L’intento dei progettisti di questi diffusori era quello di disegnare un sistema di altoparlanti nel quale il diagramma di radiazione fosse ottimizzato in modo da mantenere costante l’immagine della scena sonora in una zona il più ampia possibile. Il diagramma di radiazione ottimo è stato determinato sperimentalmente. Con test di ascolto controllati si è visto che il diagramma ideale è moderata- mente direzionale, con circa 10 dB di differenza tra i livelli massimo e minimo (fig. 13). Si è trovato inoltre che l’asse di massimo livello di emissione di ciascun sistema è rivolto verso l’altra cassa. La curva di risposta generale dei diffusori viene poi equalizzata elettronicamente. La differenza principale tra questo sistema e il DSR della ESB e che  quest’ultimo adotta una compensazione più spinta alle alte frequenze che non alle basse, mentre nelle Soundfield One l’intervento tende ad essere uniforme su tutta la banda audio.

Figura 13 - Diagramma polare dell'emissione teorica del sistema di altoparlanti dbx.

Figura 13 – Diagramma polare dell’emissione teorica del sistema di altoparlanti dbx.

Polk Audio SDA

II sistema di altoparlanti Polk Audio SDA (1985) nasce dalla stessa filosofia dell’apparecchio di Bob Carver, e fornisce quindi dei risultati analoghi. La cancellazione della diafonia interaurale viene però fatta in maniera del tutto acustica. Con riferimento alla figura 14 possiamo vedere come il diffusore sia in realtà composto da due sistemi di altoparlanti distinti e perfettamente equivalenti, posti ad una distanza tra di loro pari circa alla distanza media tra le orecchie di un ascoltatore. Gli altoparlanti più al centro irradiano il segnale principale, mentre quelli all’esterno, o «alto parlanti di cancellazione dimensionali», ricevono un segnale differenza dato da L-R per l’altoparlante sinistro ed R-L per quello destro. In ciascun caso la parte positiva del segnale serve a stabilizzare la dimensione della scena acustica, mentre la parte negativa è il segnale di cancellazione della diafonia.

Figura 14 - Configurazione di un sistema Folk Audio SDA. Ogni diffusore è costituito da due gruppi di altoparlanti distinti: quello più interno è quello principale, mentre l'altro si occupa di fornire il segnale dimensionale.

Figura 14 – Configurazione di un sistema Folk Audio SDA. Ogni diffusore è costituito da due gruppi di altoparlanti distinti: quello più interno è quello principale, mentre l’altro si occupa di fornire il segnale dimensionale.

In figura 15  possiamo vedere il principio di funzionamento di questi diffusori: all’orecchio sinistro giunge prima il segnale principale e quindi, con un ritardo pari a quello interaurale, il segnale del canale destro. Quest’ultimo viene però cancellato dal segnale emesso dall’altoparlante di cancellazione sinistro che emette lo stesso segnale, invertito di fase.

Figura 15 - Schema di funzionamento di un sistema SDA. La larghezza ottimale della scena acustica si ha quando l'ascoltatore forma un triangolo equilatero con gli altoparlanti.

Figura 15 – Schema di funzionamento di un sistema SDA. La larghezza ottimale della scena acustica si ha quando l’ascoltatore forma un triangolo equilatero con gli altoparlanti.

Anche tale segnale infatti giunge all’orecchio sinistro con un ritardo pari a quello interaurale, ma essendo sfasato rispetto al segnale di diafonia di 180 gradi lo cancella. Si ha, in definitiva, un buon allargamento della scena sonora che mantiene anche una discreta stabilità per posizioni di ascolto diverse da quella centrale.

di Pierfrancesco Fravolini

 

(*) Lavoro svolto nell’ambito della Tesi di Laurea dell’Autore (Corso di Elettroacustica della Facoltà di Ingegneria dell’Università «La Sapienza» di Roma) con il contributo di una Borsa di Studio ESB per una ricerca su «localizzazione delle sorgenti sonore tenuto conto anche dell’interazione tra sistemi di altoparlanti ed ambiente di ascolto».

 


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da AUDIOreview n. 99 novembre 1990

Author: Redazione

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