Editoriale AudioReview 373

Music streaming

AudioReview n. 373

Ancora una volta il mondo della musica riprodotta è scosso da un mutamento che possiamo definire epocale.
Dopo il passaggio dall’audio analogico al digitale e poi dal disco fisico ai file audio riversati su memorie di natura informatica (la cosiddetta “musica liquida”), un ulteriore cambiamento è in corso già da tempo verso una forma ancor più immateriale qual è il “music streaming”.

Per chi non ne fosse informato, si tratta di un servizio offerto da operatori del mondo internet, che permette di ascoltare tutta la musica che si desidera attingendo da un vastissimo repertorio, tendenzialmente universale, al costo di un moderato canone mensile.
Il cambiamento epocale consiste nel venire meno della necessità di acquistare dischi o file musicali, e quindi rinunciare di fatto a possedere una propria collezione di musica.

Quello che serve è una connessione ad internet abbastanza veloce da consentire il regolare flusso di dati (lo streaming, appunto), ed un impianto audio idoneo a riprodurre la musica.
Tra i promotori di questo modello di distribuzione della musica troviamo come al solito Apple e Google, con i rispettivi servizi Apple Music e Google Play Music, ma anche gli specialisti Spotify, Qobuz e Tidal. Tutti offrono lo streaming audio in formato compresso ma alcuni anche nel formato 16bit/44kHz del CD. È il caso ad esempio di TidalHiFi, cui dedichiamo un servizio su questo numero a cura di Luca Buti.

La novità è che si prospetta sempre più imminente la possibilità di usufruire di musica anche ad alta risoluzione. È quello che promette Bob Stuart della Meridian Audio con la tecnologia MQA (Master Quality Authenticated), di cui si vocifera l’adozione da parte di Tidal già nel corso di quest’anno.
È facile supporre che chi possiede una vasta collezione di dischi e terabyte di file musicali su hard disk non sia particolarmente interessato ad usufruire di questi servizi. Ben maggiore attrattiva hanno invece su chi non ha grandi collezioni e con poca spesa può attingere a decine di milioni di brani musicali.
Tutto lascia supporre che per le nuove generazioni questo modello di distribuzione diventi la regola, ma sono altrettanto convinto che non sia il caso di liberarsi della propria preziosa collezioni di dischi.

Infatti questo modello di distribuzione si allinea alla crescente tendenza generale di non fornire prodotti “per sempre” ma servizi a scadenza, in modo da garantirsi un mercato di consumatori permanenti. Un esempio per tutti è dato dal mondo della moda, dove da un anno all’altro i prodotti diventano “fuori moda” e quindi obsoleti anche se perfettamente validi all’uso. Per l’industria automobilistica, invece, è il progressivo aggiornamento delle norme anti-inquinamento che provvede a mettere fuori uso vetture altrimenti tutt’altro che da rottamare (come se non fosse fonte di inquinamento). Nel campo dell’informatica, poi, software e computer di grandissimo valore e prestazioni sono resi obsoleti da sistemi operativi di nuova generazione di cui nessuno sente l’esigenza tranne gli stessi produttori. Di questo passo si arriva alle medicine che curano ma non guariscono …

Voi che ne pensate? Vi liberereste dei vostri dischi (e libri, perché no?) per fare spazio in casa a… cos’altro?
Spero in tante vostre risposte.

 Mauro Neri

Author: Mauro Neri

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