Editoriale AudioReview 378

I-Copertina-AR378Estate

Ognuno interpreta il concetto di “vacanza” a modo suo. Per molti, forse la maggior parte, significa evadere dal proprio mondo. Staccare la spina. Fuggire lontano. Diventare un’altra persona. Essere in qualcosa di diverso. Almeno per qualche giorno.

Per altri “vacanza” vuol dire riposo, assoluto. Ai piedi di una palma o in uno chalet di montagna. O magari semplicemente fuori dal caos quotidiano e dormire. Lontano dai propri ritmi, dai propri affanni.

Non sono rari, e penso di appartenere a questi ultimi, coloro che invece interpretano il concetto di vacanza come l’occasione per dedicarsi a ciò per cui non si è avuto tempo durante l’anno, specialmente se ha a che fare con i propri hobby.

C’è chi finalmente può dedicarsi alla cucina, magari rustica e con gli amici. O chi restaura la propria moto, o Vespa, o bicicletta. C’è chi si dedica alla costruzione dei diffusori dei propri sogni, a lungo rimandati. C’è chi si dedica a quel lavoro di casa troppo a lungo rimandato e chi, finalmente, può permettersi di fare piani, progetti.

E poi c’è quel piccolo mondo di folli che sono gli appassionati di car audio. Un mondo fatto non solo di persone che amano la musica in auto, ma che amano anche l’auto e ciò che essa rappresenta.

Sono molti coloro che hanno passato le estati, o quantomeno i loro periodi “di libertà”, a costruire supporti per altoparlanti, doppi fondi. A realizzare cablaggi e fare saldature. Sono tanti coloro che hanno speso giornate e nottate estive, magari in compagnia di amici altrettanto appassionati, a “moquettare” subwoofer, “impellare” tasche, “resinare” montanti o “fascettare” cavi. E se poi lo scopo era quello di usare l’impianto per partire… Beh la scusa per “fare” era quella giusta.

Ma tutto ciò risale a qualche tempo fa.

Non che oggi non ci siano appassionati di questa risma. Però c’è sempre meno moquette e meno pelle, sempre meno resina e fascette. E fare un supporto, un cablaggio, un intervento, è sempre più ardito.

È sempre colpa delle case automobilistiche, del loro primo (spesso unico) impianto e della loro grande voglia di offrire a tutti la stessa musica, compressa, decisa da un ufficio acquisti che ha stabilito quanto bene suona un tweeter dal prezzo “spedito” calcolato per un milione di unità. E magari accompagnato da un marchio “altisonante”.

E gli appassionati nel frattempo hanno cambiato l’auto perché necessaria per il proprio lavoro o per qualsiasi altro motivo. Hanno dovuto subire il blindatissimo impianto di serie, dal suono “citofonico” e dalla usabilità di una clava ma che pesa sul prezzo finale per una cifra intorno al 10% del totale (però ha il Bluetooth…). Ed hanno reagito. Con un DSP. Hanno spianato la risposta, riequalizzato, riallineato, reinstallato ampli e sub. Hanno tirato fuori il proprio orgoglio di smanettoni (insieme al loro “pusher” di car audio, cioè l’installatore di fiducia) ed hanno sconfitto il demone dell’impianto di serie, tornando ad ascoltare la propria musica come sempre hanno fatto. Alla faccia del TTIP musicale delle multinazionali dell’auto.

E hanno reagito persino davanti all’astinenza di “smanettamento da vacanza”, visto che quel poco che si può fare nell’auto è meglio affidarlo ad un installatore specializzato. Hanno reagito di nuovo.

Sono stato recentemente invitato ad un pomeriggio a base di car audio, con tanto di birre fresche accompagnate, verso sera, da un fumante barbecue. Scopo? Taratura del DSP. E come una volta si creavano i partiti della pelle “vinilica” e quelli della vernice “a buccia d’arancia”, si sono creati i partiti dell’”analizzatore di spettro” e quelli del “taro tutto a orecchio”, sotto lo sguardo sornione dell’installatore che ha reso possibile l’italico vizio di schierarsi.

E di appassionarsi di musica in auto. Soprattutto d’estate…

Rocco Patriarca

Author: Rocco Patriarca

Share This Post On

Submit a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *