Michele dall’Ongaro

Musica e cultura: a colloquio con il Presidente dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia.

intervista-DallOngaro-1Romano, cinquattottenne, una vita intensissima spesa fra composizione, studio della musica (non ama però definirsi musicologo), insegnamento, comunicazione radio-televisiva e ruoli di responsabilità in varie strutture legate alle sette note e non solo: così si potrebbe inquadrare a grandi linee Michele dall’Ongaro, da un anno esatto – la sua elezione è avvenuta il 20 febbraio 2015 – Presidente e Sovrintendente di quella Accademia Nazionale di Santa Cecilia che, con i suoi oltre quattro secoli di storia, è una delle istituzioni musicali più antiche del mondo. Proprio in tale veste lo abbiamo incontrato nel suo luminoso ufficio all’Auditorium Parco della Musica, dove anche l’Accademia ha sede, ma la conversazione si è allargata a quei “massimi sistemi” che per il nostro interlocutore – schietto, vivace, affabile, illuminante – sono, e non potrebbe essere altrimenti, pane quotidiano.

Fra le incombenze relative alla sua carica nell’Accademia, che saranno parecchie, qual è la principale?

La risposta è semplice e assai poco artistica: trovare il denaro che serve per garantire il miglior svolgimento della nostra attività, o almeno fare in modo che quello che c’è non diminuisca. In questo momento storico chiunque faccia il mio mestiere è in una posizione delicata, come ad esempio ha dimostrato l’episodio, era l’ottobre del 2014, del tentato licenziamento di Coro e Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma; in linea di massima i media non hanno preso una vera posizione a difesa della causa e l’appoggio è arrivato solo da pochi artisti dall’estero.

Da qui è derivata la considerazione che quel bene comune è visto come l’ennesimo privilegio a favore di una casta; è quindi imperativo che la musica faccia qualcosa per la collettività senza limitarsi ad attendere di ricevere. Al momento l’Accademia è sostenuta per metà da finanze pubbliche – il Ministero, la Regione, il Comune… – e per l’altra metà da privati: ricavi nostri, vale a dire abbonamenti, biglietti e tournée, e finanziamenti dai soci fondatori e dai mecenati. Questo equilibrio, che in futuro dovrebbe essere spinto ancor più verso i privati, va alimentato con una proposta che da un lato non abbassi l’offerta culturale e dall’altro sia maggiormente sensibile alle esigenze della collettività.

Un tempo il nome dell’Accademia bastava, adesso non più.

Esatto. Oggi non è sufficiente dire “sono Santa Cecilia e sono antica, bella e virtuosa, datemi i soldi”, bisogna puntare alle sinergie. Un’azienda ha mire di espandersi in, poniamo, America Latina, e la nostra Orchestra deve andare in tour laggiù? Ottimo, proviamo a collaborare; la nostra immagine internazionale è forte, e questo può senz’altro stimolare eventuali partner a studiare con noi progetti di qualità che possano portare vantaggi a entrambi.

Progetti che, magari, riscuotono anche più attenzione dei semplici concerti.

I mezzi di informazione non aspettano certo con ansia le nostre notizie… Magari, per diffonderle meglio, avrebbero bisogno di raccontare una storia, di un evento interessante compatibile con le loro missioni editoriali. Bisogna trovare chiavi che consentano di essere più vicini al pubblico e a coloro che con il pubblico sono più in contatto.

Sul piano strettamente artistico vi sentite ovviamente più che tutelati.

Siamo fortunati ad avere nel ruolo di Direttore Musicale Antonio Pappano, un’autentica forza della natura e la presenza di professionalità acquisite come Mauro Bucarelli o Umberto Nicoletti Altimari, un Maestro del Coro molto dinamico come Ciro Visco e tanti altri. Una struttura come la nostra deve ricoprire un posto di rilievo su scala internazionale, ed è obbligata a lavorare con nomi importanti… e poiché i nomi importanti non sono disponibili da un giorno all’altro, è indispensabile operare in prospettiva futura. Adesso, per dire, ci stiamo muovendo per il 2019. Il nostro obiettivo è riempire una sala da 2.700 poltrone tre volte alla settimana senza vendersi l’anima.

Da un lato l’Orchestra ha il compito di impegnarsi nella grande tradizione sinfonica, soprattutto romantica, tardoromantica e classica; un’orchestra sinfonica non può non rivisitare il repertorio per il quale è fondata e composta… dunque Mozart, Haydn e Beethoven in primis, ma abbiamo anche iniziato ad affrontare Bruckner su richiesta dei musicisti, perché qui abbiamo un dialogo sempre aperto con l’Orchestra e il Coro sul contenuto dei programmi. Poi, cerchiamo di valorizzare nuovi interpreti anche italiani come Beatrice Rana, Anna Tifu o Federico Colli; con tanti maestri che purtroppo se ne vanno per via dell’età, è indispensabile tenere d’occhio il nuovo che avanza, mantenendo parallelamente contatti con il meglio del presente. A onta di questo aspetto un po’ polveroso che per qualcuno può avere, Santa Cecilia è storicamente attenta a cogliere la contemporaneità e darle spazio.

intervista-dallongaroSuppongo che il discorso valga per qualsiasi altro campo nel quale operate.

Abbiamo dodici cori, quattro orchestre giovanili, il coro per gli adulti e tutto, compresi la didattica dei corsi di alto perfezionamento, le pubblicazioni e i convegni, deve avere un link con la stagione sinfonica. È fondamentale che Santa Cecilia somigli meno a un’istituzione musicale di tipo tradizionale e più a un sistema in cui tutto ciò che succede è interconnesso. Stiamo valorizzando l’apparato informatico, c’è un progetto nuovo per rendere l’Accademia più “social”, abbiamo affiancato ai corsi di alto perfezionamento il settore “Education” per i giovani passando da seicento a mille allievi, si vareranno a breve i corsi di strumento. Continuiamo a curare le uscite editoriali, alle quali abbiamo da poco aggiunto una collana per bambini, e stiamo per rendere disponibili i materiali didattici – partiture, parti, arrangiamenti – di questi anni. L’obiettivo è che si guardi all’Accademia come a un luogo dove qualsiasi esigenza di carattere musicale trovi una risposta pronta; una sorta di “metodo Santa Cecilia” che sia valido per principianti, dilettanti, professionisti e alta formazione.

E la tecnologia, nella quale state investendo molto?

Abbiamo un’Orchestra che suona il meglio possibile, un Coro preparato dal più bravo in circolazione e un catalizzatore come Tony Pappano, grazie al quale sono aumentate tanto le tournée, quanto le produzioni discografiche; la Aida incisa “in studio” l’anno scorso qui all’Auditorium con l’ausilio di tecnologie di grandissima qualità è stata pubblicata in triplo CD dalla Warner ed è piaciuta moltissimo in tutto il mondo. E l’iniziativa “Pappano in Web”, attuata grazie a Telecom, sta riscuotendo consensi notevoli. Secondo noi non è vero che dischi, trasmissioni televisive e streaming siano dannosi per la fruizione live, che la scoraggino; pensiamo, anzi, l’opposto, e siamo convinti che sviluppando in modo ancor più proficuo il rapporto con la tecnologia si possa creare un circuito virtuoso mediante il quale il desiderio di ascoltare musica dal vivo si moltiplichi invece di scemare. Fra l’altro, le nuove tecnologie attirano più convergenze che separazioni, e le convergenze sono sempre utili alle cause.

Insomma, invece di rassegnarvi al calo di considerazione del valore culturale della musica, tentate di rilanciare.

Sotto questo profilo sono di sicuro meno pessimista di tanti altri, perché in generale noto dei miglioramenti. Credo che questa meraviglia che è la musica, se viene fatta conoscere, raggiunga chiunque. Non tutti diventeranno appassionati, ma è impossibile che lasci indifferenti. Ne abbiamo avuto una prova all’inizio di gennaio con le proiezioni di “Fantasia” unite alle esecuzioni dal vivo delle musiche: circa 12.500 presenze in cinque repliche, con platee di bambini più che entusiasti. Quando la musica entra nel normale tessuto della società civile, manifesta subito la sua peculiarità e la sua autorevolezza. In un periodo come l’attuale, in cui tutte le forme di autorità – politica, civile, religiosa – sono messe in discussione, il concetto di autorevolezza regge, perché è qualcosa che non si compra, non si eredita, non si ruba, non si corrompe.

Per questo le lezioni di Riccardo Muti hanno un vasto seguito, per questo quando Roberto Benigni si dedica a Dante viene ascoltato. Nella musica dominano autorevolezza, disciplina e meritocrazia: se non si è bravi, se non ci si impegna, non si va da nessuna parte. È un modello etico che sarebbe splendido fosse applicato in altri ambiti; lo studio della musica comporta tempo, fatica e rinunce, ma dà anche soddisfazioni impagabili.

Parlando di musica si riferisce solo a quella “alta”, o pure le espressioni più popolari, e persino commerciali, possono avere dignità?

Non faccio distinzioni di genere. Nel 2000 ho fatto parte della commissione artistica del Festival di Sanremo e sono rimasto colpito dalla preparazione e dalla professionalità di molti dei giovani che affrontavano le selezioni. Poi, è ovvio, non posso trovarmi in sintonia con le regole di un mondo dove quello che non vende non è reputato valido, ma credo che la pratica della musica, in ogni contesto, sia comunque un incentivo a un approfondimento della conoscenza che può portare in qualsiasi direzione. La musica è una meravigliosa dea che ti restituisce tutto quello che le dai con gli interessi.

Che nella società italiana non siano in tanti a collegare l’idea di musica a quella di cultura non dipende anche dal modo in cui essa è insegnata nella scuola dell’obbligo?

È un vecchio discorso e questa cosa è certamente vera, ma forse oggi lo è meno rispetto ad anni fa. In un’intervista che gli feci vent’anni fa, Stockhausen mi disse al proposito che bisognava finirla di lagnarsi, perché la conoscenza era sempre più alla portata di tutti; un’osservazione ancor più inattaccabile oggi, con la diffusione di Internet. Prima la nostra formazione dipendeva dalla famiglia, dalla scuola o dalla Chiesa, ed era legittimo dare la colpa degli obiettivi non raggiunti a chi non aveva fornito gli strumenti idonei. Nel Ventunesimo Secolo, a parte casi estremi, non si possono accampare scuse e quindi, fatto salvo che da noi la musica in quanto cultura è stata storicamente penalizzata, sarebbe forse il caso di pensare alle proprie responsabilità.

Verissimo, ma sono convinto che in termini di primo contatto la scuola dell’obbligo dovrebbe cambiare registro. È tanto difficile proporre ai bambini qualche percorso d’ascolto, e magari abbattere la dittatura del flauto dolce?

Dei tentativi a livello politico vengono fatti e ogni volta sembra quasi che si muova qualcosa… e poi niente. Il miglior modo per avvicinarsi alla musica è provare a suonarla. Basterebbe il canto, per il quale non è nemmeno necessario l’acquisto di uno strumento.

Lei è nato professionalmente come compositore, ma presto si è trasformato in un divulgatore attraverso la radio e la TV. Cosa è successo?

Mia madre ha fatto radio per tanto tempo e dunque l’avevo un po’ nel sangue, ma al di là degli aspetti privati credo che la scelta sia stata figlia della visione matura di un’idea di impegno politico e musicale. Insomma, dare un contributo, con gli strumenti che avevo a disposizione, al tentativo di, per dirla con gli americani, “fare la differenza”. Quelli della mia generazione, i ventenni della seconda metà degli anni Settanta, hanno sempre vissuto la musica non solo componendo e suonando, ma anche creando eventi e riempiendo spazi di condivisione; il nostro approccio non era istituzionale ma nasceva nell’underground, con l’appoggio di strutture e personaggi illuminati come, per nominarne solo uno, quel genio di Renato Nicolini, Assessore alla Cultura di Roma nel periodo 1976-1985. Con la radio ho cominciato nel 1985 con Radiodue e poi sono andato a Radiotre, della quale sono diventato dirigente quindici anni fa… posto che ho lasciato per venire a Santa Cecilia. Questo mio percorso, che si è intrecciato con quello televisivo, è stato sempre caratterizzato dall’idea che fare musica significasse, a costo di sottrarre spazi a scrittura ed esecuzione, creare occasioni: di confronto, di incontro e di racconto, usando la chiave dell’emozione. Avendo una grande passione per la musica, comunicare in questo modo è inevitabile.

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Non posso non concordare, ma riallacciandomi a quanto ha accennato prima a proposito del suo cammino di musicista, avviato con la contemporanea, mi viene da chiederle quanto illo tempore il rapporto con il mondo accademico fosse complicato.

C’erano ovviamente delle resistenze, delle incomprensioni, ma si superavano. Mio nonno era compositore e, per i suoi tempi, scriveva musica piuttosto audace; quindi, per me, la sperimentazione e il rischio sono sempre stati la normalità, credo che da bambino abbia conosciuto la musica di Schönberg prima di quella di Mozart. A Roma, in quei ‘70, l’Accademia Filarmonica ha sempre avuto un’attenzione particolare per il nuovo, così come – benché in misura minore – Santa Cecilia. Il Conservatorio, invece, era un posto chiuso; il contrario di Milano, dove il nuovo era istituzionale. Per fortuna qui i fermenti sommersi avevano comunque dei sostenitori: penso ad Aldo Clementi, a Boris Porena, a Franco Evangelisti, a Mauro Bortolotto, al giro di Nuova Consonanza e soprattutto a Goffredo Petrassi, che è stato una figura cardine; il suo ruolo e la sua musica, oggi stranamente un po’ dimenticata persino da noi, andrebbero rivalutati.

È ovvio che le sue occupazioni parallele, chiamiamole così, l’abbiano frenata nel pieno svolgimento della professione di musicista. Nessun rimpianto?

Come dicevo in precedenza, per come la vedo io tutta la mia carriera è stata “fare musica”. Sì, d’accordo, se magari mi fossi concentrato maggiormente sulla composizione chissà cosa sarebbe accaduto, ma sono riflessioni sterili. Avrei potuto scrivere dieci, venti o cinquanta pezzi in più, e avere altre esecuzioni, ma sono abbastanza soddisfatto di quello che ho realizzato dentro e fuori il pentagramma; e poi, sempre tornando al solito punto, le esperienze fuori dal pentagramma ci sono poi finite dentro, in qualche modo.

E di tutto ciò che ha realizzato, cosa la rende più fiero?

La serena consapevolezza di avere aperto ad altri un numero di porte almeno pari a quello delle porte che sono state aperte a me. È una cosa che chiunque occupi una posizione di responsabilità dovrebbe fare, sempre… e quelli che lo fanno sono più di quanto si creda, a mio parere.

Ognuno ha le proprie responsabilità, e la mia posizione mi obbliga a domandarle come ascolta musica per piacere.

In macchina adoro fare zapping, molto rapidamente, fra una stazione e l’altra, per la curiosità di scoprire qualcosa che mi colpisca senza che io le stia dedicando attenzione, qualcosa che mi faccia alzare la testa e dire “oh!”. Quando nell’ottobre 1976 Cesare Zavattini pronunciò per la prima volta alla radio quella famosa parola (era “cazzo”, NdI), chiunque si trovasse all’ascolto alzò la testa; a mio parere, ogni disco sconosciuto andrebbe assaggiato, al primo ascolto, mentre si sta pensando ad altro, distrattamente.

Riportata sul prossimo numero di AUDIOreview, questa sua dichiarazione farà sobbalzare tutti i nostri lettori. Un altro scheletro nel suo armadio di non-audiofilo?

A differenza di mio fratello, estimatore dell’esoterico, ho avuto solo impianti normali. Possedevo molti dischi, ma non amavo affatto gli LP perché il programma doveva essere per forza diviso nelle due facciate, con interruzioni da far rabbrividire. E, poi, il problema della polvere e dei graffi… Appartengo alla cerchia di coloro che hanno esultato al momento della commercializzazione del CD. Mi dispiace per i nostalgici ma il passato non l’ho mai rimpianto.

di Federico Guglielmi

da AUDIOreview n. 372 febbraio 2016

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Author: Redazione

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