Editoriale di AudioReview 347

Alta fedeltà in tricolore (l’Italia dell’hi-fi)

AudioReview 347

AudioReview 347, ottobre 2013

Prendo spunto dal titolo di copertina (a sua volta ripreso dall’impianto del mese a cura di Gianfranco “Mac” Machelli) per introdurre questo numero di AUDIOreview prevalentemente dedicato ai prodotti di aziende italiane.
Da tempo mi ripromettevo di affrontare il tema del “made in Italy”, argomento apparentemente banale ma più ostico e spinoso di quanto appare. Esistono infatti diversi modi di approcciare la produzione di apparecchiature, siano esse audio o di altra natura.

Ci sono aziende che studiano, progettano e realizzano più o meno in casa i loro prodotti. Altre, invece, affidano la costruzione a fabbriche estere che dispongono dei mezzi per produrre a prezzi più competitivi. Altri ancora, scelgono i prodotti progettati e costruiti da terzi e li personalizzano con il proprio marchio, apportando o facendo apportare delle modifiche che li rendono più adatti alla propria clientela. Quali di questi prodotti possiamo considerare “italiani”? I primi, sicuramente.

I secondi possono far sorgere qualche dubbio ma li facciamo svanire in un attimo. Se questa rivista invece di essere stampata negli stabilimenti della Elcograf, ex Arti Grafiche Mondadori, fosse stampata (magari a prezzi più convenienti) in Cina, la considereremmo una rivista cinese? Certamente no. Allora perché dovremmo considerare cinesi prodotti come i diffusori Sonus faber della serie Venere (sul numero scorso abbiamo pubblicato la prova delle 2.5, EISA Award 2013-2014) o l’impianto Indiana Line Puro+Tesi di cui ci occupiamo su questo stesso numero? Sonus faber non sarebbe riuscita a commercializzare a 2.400 euro di listino un sistema di altoparlanti di quel livello se non avesse attinto ai bassissimi costi di produzione della Repubblica Popolare Cinese, né Coral Electronic avrebbe potuto commercializzare a 900 euro un impianto a componenti separati con le prestazioni e la qualità costruttiva del sistema Indiana Line Puro+Tesi. È questa una realtà di cui dobbiamo tenere conto, così come del fatto che gli effetti di ogni nostra azione non si esauriscono sul momento ma prima o poi riemergono in forme e modi diversi (per intenderci: spendiamo meno fabbricando all’estero ma abbiamo più disoccupati, oppure, abbiamo meno disoccupati ma più danni alla natura, oppure, abbiamo una natura più genuina ma un livello di vita meno agiato, e così via).

Tornando alla realtà delle aziende nostrane dell’hi-fi, per avere più chiara la situazione ho iniziato a fare un censimento dei marchi italiani ma mi sono fermato quando ho scoperto che, già alla sola lettera A, avevo raccolto oltre 35 nominativi. Pur tenendo conto che si tratta della lettera più prolifica (nel nostro settore molti nomi richiamano i termini “acustica” ed “audio”), procedendo al ritmo di decine di marchi per ogni lettera dell’alfabeto sarei presto arrivato a centinaia di nomi.
Una cifra impressionante se consideriamo che risulterebbe addirittura superiore al numero dei negozi specializzati in alta fedeltà ancora presenti sul territorio nazionale dopo la falcidia degli ultimi anni di crisi economica generalizzata.
Ad una indagine più approfondita si scopre che molti di quei marchi afferiscono ad aziende di dimensioni minime, con un numero di dipendenti spesso inferiore alle 5 unità: un amministrativo, un commerciale, un tecnico e un paio di addetti alla produzione e logistica. Certamente esistono anche realtà più complesse, che più si avvicinano alla struttura industriale, ma la maggior parte dei prodotti dell’alta fedeltà “hi-end” nasce da aziende di tipo artigianale o al massimo semi industriale.

Ed è questa anche la forza che permette a tali piccole realtà di realizzare prodotti di livello superlativo, indirizzati ad un mercato d’elite che la produzione industriale non potrebbe soddisfare non potendo raggiungere numeri economicamente vantaggiosi. In questa piccola area prolificano gli “artigiani del suono”.
Specialisti dall’esperienza spesso pluridecennale nello studio e nella messa a punto di un particolare concetto e filosofia di progetto, espressa dalle loro creazioni, più orientate al capolavoro artistico che al prodotto di consumo.
Su questo numero della rivista ne abbiamo raccolti diversi, con l’intento di valutarne la qualità e scoprire le loro particolarità costruttive. Per questi prodotti, autenticamente “italiani” abbiamo ideato anche un marchio specifico, una chiave di violino a bande tricolori, simbolo della musica e della (martoriata ma pronta a rinascere) nazione che ci accomuna.
Mauro Neri

Author: Redazione

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