Bartolomeo Aloia ST260

… le opere di Bartolomeo

Non c’è dubbio sul fatto che Bartolomeo Aloia sia uno dei personaggi mitici dell’alta fedeltà italiana, e, si potrà essere d’accordo o meno su alcune delle sue posizioni «filosofiche» ma il suo talento di progettista è indiscutibile. Aloia è una buona fetta della lunga e tortuosa storia dell’high end italico, sin dai primi anni ’70, quando si ostinava a progettare apparecchi forse troppo buoni per i tempi, quegli amplificatori Steg che gli appassionati non di primissimo pelo, ricorderanno senz’altro, in special modo quell’ST140, che ancor oggi non sfigura in impianti di classe elevata. Io ne ho posseduto uno, ed era l’unico amplificatore in grado di far suonare, come meritavano, le casse progettate da un altro talentaccio della nostra alta fedeltà, le Modulo Black Line di Lorenzo Corsi, anch’esse forse troppo avanzate per i tempi. Ciò che andava propugnando in quei primi anni 70 Aloia (nemo propheta in patria…), era qualcosa che in un panorama generalmente osservato attraverso gli occhi a mandorla dei dominatori del mercato, sembrava ai più assolutamente privo di senso:

  1. gli amplificatori devono poter funzionare su qualsiasi carico,
  2. il dato di potenza continua (RMS) è relativo rispetto alla capacità di un amplificatore di lavorare in corrente.

Affermazioni lapalissiane? Niente affatto, e ben sappiamo noi tutti quante camicie abbiamo dovuto sudare per rovesciare i luoghi comuni e per spiegare alla gente che il ragionamento più semplice era quello più realistico e che poco importava avere cento wattoni continui, visto che la potenza continua non la si utilizza praticamente mai (provate a riempire il vostro appartamento con un paio di cento watt – le casse sono due – per cinque minuti di seguito), se poi quando la potenza occorreva veramente, e tanta, l’amplificatore si metteva seduto.

Il poderoso Bartolomeo Aloia ST260.

Il poderoso
Bartolomeo Aloia
ST260.

Quindi un’operazione pionieristica non da poco, anche se all’epoca risultò vincente quella Galactron che offriva sì, tanta apparenza, ma un infinità di sostanza in meno della Steg.

Bartolomeo non si è arreso, ha continuato a propugnare focosamente le sue idee, quelle su cui siamo d’accordo e quelle su cui non siamo d’accordo, ed ha fondato una sua propria società, dapprima costruendo una piccola serie di apparecchi, praticamente su ordinazione, poi allargandosi pian piano, ma senza strafare. Nel  breve volgere di pochi anni lo abbiamo visto divenire un vero e proprio idolo per gli audiofili tedeschi, che stravedono per i suoi apparecchi (la rivista Hi-Fi Exlusive ha classificato il precedente ST 200 in «Absolutenspitzenklass») e conquistarsi sempre maggior fama negli altri paesi europei, primo fra tutti la Francia. Da quest’anno Aloia è pronto anche per l’export verso gli Stati Uniti. Il finale ST 260 rappresenta l’ultima evoluzione del progetto 200, che nelle sue due versioni, la prima monotelaio del 1972, con il marchio Steg, la seconda a due telai del 1985, ha sempre rappresentato il top della produzione del progettista piemontese. Cuore del possente 260 è la sezione di alimentazione, aspetto che è sempre stato considerato primario nei progetti Aloia, che ha trovato, stavolta, posto nel telaio unico del 260, grazie all’avanzamento tecnologico che ha permesso di ridurre, a parità, almeno, di prestazioni, le dimensioni dei componenti elettronici, primi fra tutti i condensatori, mentre i grossi trasformatori toroidali da 600 VA ciascuno sono stati posti all’esterno dell’apparecchio, sul pannello posteriore, incapsulati in scatole metalliche da 3 mm di spessore, onde non influenzare i circuiti elettronici e far posto, nel telaio unico, alla rimanente componentistica.

A proposito dell’importanza delle sezioni di alimentazione nei suoi progetti, riporto – estratto dal manuale d’uso – le parole del progettista stesso: «Molti credono che il circuito elettrico sia il maggiore responsabile del suono dell’amplificatore. In realtà responsabile lo è, ma non in misura così accentuata.

Queste persone continuano a pensare all’alimentatore come ad un circuito ausiliario, importante ma ausiliario. Esse sono infatti convinte che l’alimentatore lavori a frequenze di rete, mentre le frequenze acustiche siano dominio esclusivo dei circuiti dell’amplificatore. Ma ciò è falso. In realtà l’alimentatore lavora ad un doppio regime, uno a frequenza di rete ed uno a frequenza acustica, tanto che, con un opportuno dispositivo, si può ascoltare il segnale musicale anche collegandosi sull’alimentatore. Ovviamente non con la massima qualità. Ma non basta. Una parte del segnale musicale, anche se non proprio molto godibile, si può ascoltare anche collegandosi in maniera opportuna al cordone di rete. Questo è una conseguenza del fatto che TUTTI i componenti dell’alimentatore sono attraversati dal segnale a frequenza acustica. E questo ha come conseguenza immediata quella che tutti i componenti dell’alimentatore hanno una pesante influenza sulla qualità del suono
riprodotto…».

L’ST 260 è un amplificatore in grado di erogare 100 watt minimi per canale su 8 ohm che diventano 200 su 4. L’amplificatore, secondo specifiche, è in grado di lavorare al massimo delle prestazioni su qualsiasi carico, qualunque sia il modulo dell’impedenza, lo sfasamento, la porzione di energia riflessa etc.

Un'occhiata all'interno dimostra immediatamente l'altissima qualità della realizzazione.

Un’occhiata all’interno dimostra immediatamente l’altissima qualità della realizzazione.

L’indipendenza virtualmente assolta dal carico è un’altra delle caratteristiche salienti di quest’ampli che non deve essere influenzato da alcuna richiesta di erogazione in corrente, il suo loop di reazione non deve essere influenzato da alcuno sfasamento, con carico reattivo e con carico considerato come attivo deve essere il meno possibile sensibile alle correnti inverse in ingresso all’ampli. L’ampli è stato anche progettato per essere al massimo possibile insensibile alle influenze della corrente di rete, che come sappiamo tendono al pesante degrado delle prestazioni virtuali di qualsiasi amplificatore. Il circuito elettrico è un classico di Aloia, che da sempre lo impiega: uno stadio driver con funzione principale di amplificatore di tensione e uno stadio finale con funzione principale di trasferitore di tensione e amplificatore in corrente. Lo stadio finale è in configurazione completamente cascode, anzi per essere più precisi è un quadruplo cascode. I driver lavorano in classe A mentre i 12 transistor di potenza per canale (per una dissipazione massima di 2.400 watt per canale) lavorano in classe AB. A detta di Aloia i vantaggi della classe A rispetto all’AB sono solo puramente teorici e non dimostrabili, mentre dimostrabili sono gli svantaggi in termini pratici.

L’ampli utilizza tutti componenti selezionatissimi, a norme militari. La sezione di filtro ha una capacità di ben 200.000 microFarad ed è composta da condensatori ultraveloci per alta frequenza a bassissima resistenza. I circuiti stampati hanno piste in rame di spessore triplo rispetto a quelli standard, a doppia faccia, con fori metallizzati. Le resistenze di segnale sono a strato metallico, l’unico condensatore presente sul percorso del segnale è in polipropilene metallizzato a film sottile, mentre i condensatori di compensazione sono in polistirene. I potenziometri di guadagno sono degli Allen Bradley, di eccellente qualità, i connettori d’ingresso sono in acciaio dorato con bagno a carico d’oro pesante, mentre gli enormi morsetti d’uscita, che accettano cavi di qualsiasi sezione con qualunque terminazione, sono di produzione propria. Le connessioni di alimentazione e di potenza sono in rame argentato OFC.

Posizionati insolitamente i connettori d'uscita, sul fianco destro dell'apparecchio, ottima la fattura custom.

Posizionati insolitamente i connettori d’uscita, sul fianco destro dell’apparecchio, ottima la fattura custom.

La costruzione appare di eccezionale livello qualitativo, mentre la finitura va considerata più che buona viste le dimensioni semi-artigianali della ditta. Se proprio si vuole essere pignoli si può fare un appunto alle brugole di fissaggio dei coperchi, che appaiono leggermente sporgenti, ma bisogna essere proprio pignoli.

L’apparecchio è mastodontico nelle dimensioni e nel peso, e riempito sino all’inverosimile, eppure l’ordine della realizzazione interna e la pulizia della filatura, quasi assente, fanno sì che eventuali operazioni di manutenzione non provochino particolari difficoltà. L’enorme pannello frontale appare, in effetti, un po’ pacchiano nell’impostazione grafica, con scritte sin troppo vistose. La serigrafia con il nome della casa è verde, le altre sono bianche e rosse, l’accensione è delegata ad un grosso pulsante verde, circolare, a retroilluminazione: un tripudio di colori e caratteri (compresa la serigraifa dell’autografo del progettista), su sfondo nero che se saranno pertinenti con il gusto medio germanico, non lo sono certamente col nostro. È l’unico punto negativo che sin’ora ho riscontrato in questo progetto.

Originale (e probabilmente dettata dalla necessità) la disposizione degli ingressi, sul lato sinistro, e delle uscite, sul lato destro dell’amplificatore. I morsetti d’uscita sono straordinariamente pratici e sicuri nell’uso.

Il Bartolomeo Aloia ST 250 è stato associato ad un impianto formato da un giradischi Ariston Audio Forte, con braccio Enigma e testina Elac EMC Van Den Hul, ad un giradischi digitale Accuphase DP 11 con convertitore separato Wadia X32, ad un preamplificatore a tubi Conrad Johnson PV 8 e ad una coppia di diffusori Mirage M3, cavi di segnale e di potenza Audioquest. L’ambiente è trattato con i Tube Traps.

Eseguito come consigliato da Bartolomeo un buon pre-riscaldamento (almeno un’ora) TST260 regala uno degli ascolti più emozionanti che si possano ottenere oggi come oggi. Ora capisco meglio l’entusiasmo degli audio fili tedeschi e francesi. L’ST 260 è una poderosa macchina del suono della potenza praticamente infinita ed espressa con una facilità che lascia di stucco. La prima sensazione è proprio quella di una capacità di erogazione straordinariamente naturale, priva di quei classici «scalini di potenza» che affliggono quasi tutti i «mostri dello stato solido». Ma la tremenda energia di questo amplificatore non si esprime in termini brutali: la potenza in questo caso come in rarissimi altri, è realmente asservita alla musica. Io amo molto i diffusori Mirage, ma, passando il tempo, mi sono accorto, al contrario di quanto avevo pensato in un primo momento, che si tratta di oggetti tutt’altro che facili da pilotare. E non perché rappresentino un carico particolarmente complesso per gli amplificatori, quanto perché le loro splendide doti di naturalezza chiedono a gran voce un partner almeno altrettanto naturale e musicale. E non c’è dubbio alcuno, stavolta l’hanno veramente trovato.

Se mi sentite particolarmente entusiasta è perché nonostante gli apprezzamenti, onesti e ritengo obiettivi, nei confronti degli splendidi amplificatori che mese dopo mese passo in rivista, il trovare un amplificatore che suona proprio come piace a me è un fatto veramente raro. Sì, io sono un tipo benevolo verso ciò che a tutti gli effetti va bene, e non si può dire il contrario, ma sono anche un terribile insoddisfatto, con un ideale di suono ben piantato nel cervello, ideale certamente irraggiungibile, ma che talvolta, come nel caso dei Levinson n. 20.5 o dell’ARC Classic 30 viene notevolmente avvicinato. Devo aggiungere alla lista degli amplificatori che amo particolarmente e che approssimano questo mio ideale l’Aloia ST 260. Ciò che mi piace maggiormente di questo amplificatore è il suo timbro pastoso, pieno, sfumatamente e piacevolissimamente old style. L’aver puntato su un obiettivo prettamente musicale e non al raggiungimento di singole iper-prestazioni hifi è, a mio avviso, un grande merito di Aloia, perché rinunciando ad un’esasperata trasparenza delle medie, che più che realistica finisce per essere iper-realistica, quindi più astratta di un quadro di Klee e ad altrettanto esasperate e talvolta esasperanti super rifiniture delle alte frequenze, ha ottenuto un amplificatore che fa ascoltare terribilmente bene la musica, e che soprattutto (e questo dovrebbe essere il grande scopo culturale dell’Alta Fedeltà) fa venire voglia di ascoltar ne sempre di più.

Potenziometri di guadagno, sul frontale, sono degli eccellenti Allen Bradley, sotto la manopola il grande pulsante/indicatore d'accensione.

Potenziometri di guadagno, sul frontale, sono degli eccellenti Allen Bradley, sotto la manopola il grande pulsante/indicatore d’accensione.

Non so se avete notato un fenomeno, triste, che sempre più sovente avviene con gli impianti iperdefiniti: passano la maggior parte del loro tempo spenti o a riscaldarsi inutilmente, perché il loro rapporto glacialmente e spietatamente analitico con il disco fa sì che diventino più degli strumenti di tortura, veri detector di minimi e perdonabilissimi difetti, che di piacere, finendo col demotivare il povero amante della musica che non vuole ogni volta effettuare una dissezione da cattedra di anatomia dei suoi dischi. L’ST 260 è un amplificatore dal suono particolarmente liquido, con un incrocio praticamente perfetto, privo di picchi o depressioni che fungono da crossover psicologici, tra la gamma media e quella acuta, dotato in genere di un’omogeneità tonale di straordinaria linearità. In generale il tono rotondo e caldo della sonorità può far pensare a piccole colorazioni eufoniche, ma non essendoci al mondo una sala da musica che possa essere presa a paragone universale, non sapremo mai se sono gli amplificatori apparentemente più neutri ad essere cacofonici o questo ad essere eufonico.

Basti (e avanzi) dire che è un partner praticamente perfetto per qualsiasi amante della musica e che il suo ascolto regala autentico piacere. D’altra parte proprio non si può dire che manchi di definizione, in nessuna zona dello spettro e possiede caratteristiche di rivelazione del microcontrasto in qualità assoluta. Inutile dire che la dinamica è drammatica, ma anche drammaticamente naturale, mai forzata o sbruffona: scordatevi dunque Piedigrotta e anche le cavalcate valchiriche, talvolta decantate da Aloia stesso. No, sarebbe offendere uno splendido apparecchio dire che è adatto a riprodurre il Wagner più deteriore o elicotteri da battaglia. Provate a dargli in pasto un Hàndel, un Rossini, così come Zappa (sto ascoltando proprio in questo momento «One Size Fits Ali», splendido trasferimento in CD) o i Beatles, Miles Davis (uno splendido «Some Day My Prince Will Come» in edizione Originai Master Recordings) come Beethoven. Chiudete gli occhi, rilassatevi e… dimenticate l’estetica del frontale. Gli splendidi momenti musicali vi ripagheranno abbondantemente di questo piccolo sacrificio.

Ho ascoltato questo amplificatore per ore ed ore, sono tornato più volte a sedermi ed ascoltarlo, pur avendo ormai sufficienti note per scrivere tre o quattro articoli, solo per il piacere di farlo. E sono il primo ed esserne sorpreso.
Bebo Moroni

 

Amplificatore finale Bartolomeo Aloia ST260
Prezzo: L 6.000.000
Distributore per l’Italia: Keltrex Via Merano, 15, – 20021 Baranzate (MI). Tel. 02/3563766.

da AUDIOreview n. 94 maggio 1990

Author: Redazione

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